Franciscus: l’one-man show di Cristicchi sul sottile confine tra santità e follia

Bravo, bravissimo, Simone Cristicchi. Per aver mescolato sapientemente al Teatro Celebraziondi Bologna canzoni, recitazione e riflessioni contemporanee su Franciscus, il santo più amato e meno imitato di tutti. Francesco non compare mai in scena, evocato e raccontato da due uomini, sempre interpretati da Cristicchi: il contemporaneo medievale Cencio che va in giro a raccogliere stracci e insieme storie e il nostro contemporaneo Simone che si interroga sul messaggio e sull’attualità del “folle che parlava agli uccelli”.

Perché, ci dice Simone Cristicchi, Franciscus era animato da autentica follia, ma quella sana, che spinge l’uomo a superare i suoi limiti e a cambiare la realtà. Solo i pazzi imprimono al mondo la spinta necessaria. Morto ottocento anni fa, Francesco è vivo, vivissimo, nella sua profonda umanità, santo probabilmente suo malgrado, lui che in vita rifiutava ogni onore e si fece ricoprire di cenere mentre se ne andava, nudo, in una cella.

Franciscus è uno spettacolo costruito in modo mirabile, da un cantautore diventato attore e regista di se stesso, con le canzoni alternate ai recitati (e il talking anche dentro la canzone stessa, come i vecchi bluesman e Bob Dylan), momenti di altissimo teatro e soprattutto un coinvolgimento del pubblico raro oggi a trovarsi.

Cencio è lo sguardo ironico e stupito dell’uomo medievale di fronte ad un uomo che annuncia già il Rinascimento secoli prima, moderno nel suo costruirsi una vita diversa, rinunciando al superfluo per andare all’essenza. Cosa inconcepibile per il mercante di stracci che li vende a Mastro Cecco per trasformarli in carta, puntualmente lordata dagli uccelli irrispettosi. Ma è su quella carta che poi verranno scritti i capolavori della letteratura, dal Cantico delle Creature in poi.

Simone siamo noi tutti, l’uomo di oggi che dell’eredità pesantissima di Franciscus non ha saputo fare buon uso, tra guerre, genocidi, crimini e devastazione del pianeta “di cui rappresentiamo, in otto miliardi, lo 0.01 per cento degli esseri viventi, cannibali di noi stessi”. In un passo illuminante, uno sprazzo di saggezza popolare, anche Cencio fa notare, divertito, che “gli uccelli non parlano, ma si capiscono, mentre gli uomini sanno parlare, ma non si capiscono”. Dunque il folle che parlava agli uccelli è più saggio di noi, che il linguaggio per intenderci lo avremmo, ma viviamo di incomprensioni.

Cristicchi è abile nell’entrare e nell’uscire dei personaggi, nel recitare in un volgare spagnoleggiante e poi tornare nei panni dell’idioma odierno, con naturalezza. E offre spunti di riflessione notevoli quando si sofferma sul parallelismo tra il romitaggio di Franciscus e la ricerca mistica dei Sufi, facendo osservare che in fondo tutte le religioni hanno lo stesso fondamento comune. O quando descrive il Cantico delle Creature, prima opera della letteratura italiana in una lingua propria, che riconosce la divinità in una natura ai  tempi demonizzata e che abbiamo ancora, per fortuna, intorno a noi. Anche se la rispettiamo sempre meno.

Nel Cantico, dopo aver celebrato Fratello Sole e Sorella Luna, Franciscus saluta anche nostra Sora Morte “dalla quale nessun uomo vivente può scampare” e si affida alla fine, sereno come sempre, esempio da seguire. Lo spettacolo tocca un vertice di commozione a cui non è insensibile nemmeno il cinico Cencio che mai aveva visto un tale corteo di animali seguire il funerale di Francesco, il lupo insieme all’agnello. Tra verità storica e fantasia, sogno e metafora, Simone Cristicchi ha costruito un lavoro profondo, a tratti ironico e molto, molto, commovente. Nella meritata standing ovation che il pubblico del Celebrazioni gli tributa a luci accese, si intravedono, qua e là, parecchi lucciconi.

(foto di scena di Edoardo Scremin)

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