Con Subversion, in compagnia dell’ Arkè String Quartet, Petra Magoni si dimostra (se ce ne fosse ancora bisogno) cantante originalissima e interprete innovativa, al centro di un progetto centrato e stimolante. Ne ha dato un saggio al Teatro Socjale di Piangipane (RA) per Crossroads 2026 nel programma di Ravenna Jazz, seguito da un pubblico attento e generoso di applausi.
Subversion, quindi come sovversione, politica e personale di tanti autori che nella lunga storia del rock (e non solo) l’hanno praticata, ma anche come sovvertimento delle canzoni che, così riarrangiate, vengono spesso rese difficilmente riconoscibili grazie all’apporto di ottimi musicisti come Carlo Cantini (violino elettrico), Valentino Corvino (violino, oud, live electronics), Matteo Del Soldà (viola) e Stefano Dall’Ora (contrabbasso)

E’ il caso di Revolution dei tardi Beatles (anno 1968, White Album) che viene trasformata quasi in mottetto per quartetto d’archi e voce, mantenendo comunque la sua cadenza blues. Oppure di Sympathy for The Devil dei Rolling Stones, seguita alla Disertore di Boris Vian, canzone contro tutte le guerre, qui rivista nella sua tipica scansione voodoo e riletta con un recitato davvero “diabolico”. La Magoni, citando John Cage e la sua personale visione della musica contemporanea si impegna poi in un difficile e atipico brano per soprano solo, poi lascia il quartetto sul palco ad eseguire un brano in stile Frank Zappa, mentre l’immagine del baffuto nasone (ma è proprio lui?) compare sullo schermo alle loro spalle. E poi Petra rientra per un suggestivo, incalzante, gospel blues dedicato a donne intrepide come Malala Yousafzai, premio nobel pakistano per la pace.

Altri antieroi sovversivi vengono poi celebrati dalla voce della Magoni che raggiunge vertici si espressività nel Cantico dei Drogati di Fabrizio De Andrè, tra sussurro e grida, spezzandosi e ricomponendosi nel refrain: “come farò a dire a mia madre che ho paura?” Il brano si salda quasi naturalmente alla disillusione di John Lennon in God, con quei versi “I don’t believe in Bible, I don’t believe in Jesus” che ne firmarono la condanna a morte da parte dello psicopatico Mark Chapman nel 1980. Parole e musica dei sovversivi assumono funzione simbolica, in tempi contrastati come questi e Petra si fa messaggera di valori importanti attraverso le note. L’effetto “travestimento” è completo nella Ballata di Sacco e Vanzetti di Ennio Morricone in cui si fatica a riconoscere la celebre canzone resa famosa da Joan Baez, poi arrivano rese più ortodosse de La Libertà di Giorgio Gaber e Povera Patria di Battiato, composta più di trent’anni fa e purtroppo attualissima. Si chiude con Heroes di David Bowie e la sua rivendicazione (“possiamo essere eroi, solo per un giorno”) fusa con Another Brick in The Wall dei Pink Floyd e il suo celebre, orwelliano “we don’t need no education, we don’t need no thought control””.
Si potrebbe concludere in gloria, qui. Ma il pubblico vuole assolutamente un bis, malgrado il concerto non abbia risparmiato intensità. Ed allora ecco una Splendido Splendente di Rettore che francamente ci si poteva anche risparmiare. Bel concerto e progetto studiato con intelligenza per testimoniare la “sovversione”, concetto oggi sempre meno praticato in musica, che in passato ci ha dato autentici capolavori






