I due dervisci arrivano dai lati della platea e cominciano a roteare al suono struggente di L’ombra della luce. Così, l’ultimo brano scritto da Franco Battiato è il primo di questo show-tributo al maestro catanese al Teatro Duse di Bologna, per due cantanti (David Cuppari e Giorgia Zaccagni), orchestra d’archi diretta da Giovanni Cernicchiaro e rock band.
Successo pieno e, con un repertorio così, c’era da immaginarselo. Il pubblico alla fine tributa una standing ovation danzante con i ringraziamenti pubblici di uno spettatore sul medley finale che riepiloga i brani del percorso. Battiato è re di musica e parole, compositori tra i più importanti, capace di fondere classica e contemporanea, pop ed elettronica, Oriente ed Occidente, in un mix sempre affascinante. I suoi brani, arrangiati con l’orchestra d’archi da Cernicchiaro e dal tastierista Simone Temporali, sembrano spesso arie d’opera.
Un viaggio musicale, tra magia e abbandono, “ed è bellissimo perdersi in quest’incantesimo”, mentre altrove impazza la musica di plastica sanremese. Qui siamo di volta in volta dalle parti di Tozeur in Tunisia, porta del Sahara, a Berlin, Alexanderplatz, sulla Prospettiva Nevski, sulle sponde di una non meglio identificata solitary beach (“mare mare voglio annegare”).
Ci trasporta la voce, delicata e potente, vera rivelazione, di David Cuppari che interpreta con passione filologica il Maestro, senza imitarlo e con personalità spiccata anche nella gestualità. Accanto a lui Giorgia Zaccagni si inerpica su brani non facili, sussurra e a volte (su Alexanderplatz che fu della rossa Milva) grida un po’ troppo, ma è duttile e malleabile, volonterosa e capace. È anche voce narrante e quando recita poeticamente La cura, le parole private della musica risuonano ancora di più.
Numerose le vette del concerto, sempre su un livello qualitativo più che soddisfacente. Dall’accorata Tutto l’universo obbedisce all’amore (2008) al gran sventolio di archi in L’Era del cinghiale bianco che nel 1979 sanciva la svolta pop, fino a Il re del mondo e La stagione dell’amore” che, come è noto, viene e va. Meno convincente, a tratti, la fusion tra orchestra e band elettrica, mentre i pezzi con i soli archi restano i più fascinosi. Il gruppo scintilla invece sulle inevitabili Bandiera bianca, Up Patriots to Arms che scatenano i primi cori ed entusiasmi e in Centro di gravità permanente e Cuccuruc, topos di una stagione pop elettrizzante in cui risuonava la voce del padrone con mille riferimenti al mondo rock.

E ti vengo a cercare è ancora il Battiato di velluto che sussurra parole indelebili, poi c’è spazio anche per l’invettiva, tuttora attualissima di Povera Patria, che suscita applausi di consenso e indignazione. Lunghissimo invece quello tributato al Maestro, dura qualche minuto ed è un omaggio a un grande della storia della musica che rimarrà sempre con noi grazie alla sua opera eterna.
Poi la conclusione-sigla con Voglio vederti danzare e tutti in platea obbediscono all’invito, con il ritorno dei dervisci, facce sorridenti ed estasiate e la musica che continua. Over and over again.





