100 Dischi da ascoltare prima di morire

Prima che sia tardi, almeno una volta. Selezione di Paolo Redaelli.

1971

Creedence Clearwater Revival

Live in Europe

I Creedence in trio (senza Tom) al massimo della loro potenza. Rock ruspante, country e blues in un live magico. Ci sono tutti classici del gruppo ma Keep On Chooglin’ che sfocia in Pagan Baby è devastante. Registrato male, ma stupendo.

1968

The Beatles

The Beatles

I Beatles in disfacimento, quando non sono ormai più una band, producono un doppio album frutto di quattro personalità differenti e meditazioni indiane. Esperimenti sonori, elegie per cani e scimmie, brani memorabili (“Happiness is a Warm Gun” e “Dear Prudence” su tutti), canzonette psicotiche e un po’destabilizzanti. Ma dentro ci sono i germi di tutto il futuro musicale che verrà, un pozzo inesauribile a cui si attinge ancora oggi. E la chitarra di George il Sottovalutato che piange dolcemente.

1984

Sade

Diamond Life

Ti innamori appena inizia a cantare. Voce delicata e maestosa, jazz e soul, elegante come i suoi movimenti da modella. Disco che scivola via leggero, ma rimane dentro, con musicisti funzionali e raffinati. Velluto nero, pelle morbida.

1979

Lowell George

Thanks I’ll Eat it Here

Primo e purtroppo unico album solista di Lowell, cantautore abilissimo con la slide guitar, in fuga dai Little Feat, stranamente alle prese con tante cover (Allen Toussaint, Ann Peebles, Rickie Lee Jones) e soli tre suoi brani. Una strada che si interrompe presto e chissà dove avrebbe portato.

1971

Marvin Gaye

What’s Goin’On

Album di grandezza incommensurabile e punto più alto della Motown. Una voce splendida che grida contro le ingiustizie, le diseguaglianze e le guerre (armate e non) in favore di una fratellanza universale. Disco ascoltatissimo, messaggio di pace inascoltato da più di mezzo secolo.

1969

Grateful Dead

Live/Dead

Solo la galoppata di Dark Star varrebbe l’ascolto: venti minuti di chitarre che si inseguono tra il psichedelico e il cosmico. Poi ci sono St.Stephen e soprattutto Turn On Your Lovelight, scorreria di torrido blues. Fondamentale.

1980

Talking Heads

Remain in Light

Guidati dalla tromba ronzante di Jon Hassell, le Teste Parlanti si addentrano nella giungla del beat africano, selva di ritmo e percussioni, chitarre abrasive e nenie indimenticabili. C’è lo zampino di Eno e si sente. Irrinunciabile, almeno una volta nella vita. Ma anche di più.

1973

Genesis

Selling England by The Pound

Discettando della decadenza dell’Inghilterra contemporanea, i Genesis sfornano il loro capolavoro con Peter Gabriel. Canzoni come suites classiche, traiettorie imprevedibili, lirismo e fantasia strumentale. Il loro disco che resiste meglio allo scorrere del tempo.

1968

Iron Butterfly

In-a-gadda-da-vida

La title-track è veramente un giardino di meraviglie sonore, tra reminescenze classiche, chitarre sfrigolanti, bassi sfreccianti e ritmi tribali. Il resto dell’album può essere serenamente trascurato e non passa il vaglio del tempo

1978

Bruce Cockburn

Further Adventures Of

Cantautore canadese mai diventato famoso, ma oggetto di culto devoto, Cockburn inanella perizia chitarristica e melodie riuscite, atmosfere folk e rock vibrante alle corde dell’anima, poesia haiku giapponese e bozzetti urbani.

1978

Devo

Are We Not Men?

Da Akron, Ohio, città della plastica, con pop elettronico e voci singhiozzanti, esprimono in musica i mali del secolo e la teoria della de-voluzione, secondo cui il peggio deve ancora venire. Un decennio dopo cantano ancora, stravolgendola, l’insoddisfazione degli Stones.

1977

Steely Dan

Aja

Disco di perfezione sonora assoluta, usato per testare impianti stereo. Su una base pop jazz raffinatissima (con un ospite illustre come Wayne Shorter nella title-track) il premiato duo Fagen & Becker racconta storie complicate, ironiche e affascinanti

1977

Rolling Stones

Love You Live

Le loro Sataniche Maestà catturate al meglio con il chitarrista Ron Wood. Tra la dimensione dello stadio e quella del piccolo club fumoso, le due facce di un gruppo praticamente eterno in uno dei migliori live della loro lunghissima carriera

1987

U2

The Joshua Tree

Prima della vergognosa decadenza odierna, un album magnifico con quattro anime impegnate nel produrre grande musica tra ragione e sentimento, orgoglio e pregiudizio. Oggi mi risultano antipatici anche in fotografia.

1971

David Crosby

If I Could Only Remember my Name

Capolavoro immenso, manifesto culturale della West Coast californiana. Chiamata a raccolta di tutta l’intelligenza musicale del periodo intorno ad armonie vocali, pennate elettriche, poesia acida, magia e stupore. Un disco che fa viaggiare l’anima.