Sul palco dell’Europauditorium di Bologna, pieno come un uovo, Roberto Vecchioni tiene un concerto ricco di dolcezza e malinconia, invettiva sociale e invocazione alla vita, Tra il silenzio e il tuono, come da titolo del tour. Cantautore superstite della generazione di Guccini, Battiato e Dalla, rimasto saldamente al suo posto dopo non poche disavventure, il Professore canta l’amore in tutte le sue declinazioni, la morte, il dolore che ha conosciuto, ma anche la speranza in un lieto fine. “Il mondo, nonostante tutto, non finirà male” chiosa dopo avere recitato, accolto da scroscianti applausi, il testo di Street of Minneapolis di Bruce Springsteen, canzone piena di rabbia contro “l’esercito privato di Trump” e i suoi misfatti.
Poi, Roberto snocciola, uno dopo l’altro, i suoi brani. La disincantata Io non appartengo più in linea con la gaberiana Io non mi sento Italiano e la più consolatoria Dentro gli occhi. Dichiara con un paio di canzoni (Portami via, La mia ragazza) il suo amore per Daria, compagna di una lunga vita e legge la lettera di lei con cui presenta, dopo tanto dolore, la Fondazione Vecchioni nata in memoria del figlio Arrigo, morto suicida, “per aiutare noi e per aiutarci insieme”. E quindi arrivano, come in un racconto omerico, gli eroi del nostro tempo tormentato che Vecchioni ha sempre narrato, dal Van Gogh di Vincent (“uno che dipingeva non quello che vedeva, ma quello che sentiva”, peccato però si dimentichi di citare Don McLean, autore del brano) al Ferdinando Pessoa (“per me il più grande poeta del Novecento”) delle Lettere d’amore “che fanno ridere”. Dal Che Guevara visto attraverso gi occhi della madre in Celia De La Serna alla ragazza curda di Cappuccio Rosso che va a combattere per un paese senza terra. E poi, ancora Figlia dedicata a Francesca, alla sua scelta di vita e alla sua lotta per l’inclusione, seguita dall’accorata Ho conosciuto il dolore e poi da Velasquez, ripescata da un album di cinquant’anni fa, Elisir (1976) e ispirata da Neil Young con il polistrumentista Lucio Fabbri che abbandona violino e tastiere per imbracciare la chitarra elettrica, evocando le avventure dell’uomo errante per mare, incurante delle tempeste e delle offese.
Accompagna Vecchioni una band d’eccezione, composta oltre che da Fabbri, da Massimo Germini elegante chitarrista acustico, Antonio Petruzzelli al basso elettrico e Roberto Gualdi alla batteria. I musicisti sottolineano i momenti di pathos, infondono potenza ed energia alle parole, ricamano su versi ormai entrati nell’immaginario collettivo, come quelli, recenti di Sogna ragazzo sogna e Chiamami ancora amore, vincitore a Sanremo nel 2011.
Nel bis, richiesto a gran voce, Roberto ricorda “un grande amico che avevo qui a Bologna” e gli applausi sottolineano Ti insegnerò a volare, “più che dedicata, scritta da Alex Zanardi, uno che ci ha insegnato che se non si può più camminare, e nemmeno correre, si può volare”. Ancora dal passato arriva Luci a San Siro, nebbiosa e delicata (“scrivi Vecchioni, scrivi canzoni”, verso che ha segnato una carriera) e poi, quasi inevitabile come l’appuntamento con la morte del soldato, Samarcanda in una versione più rallentata, quasi irish folk, a siglare la conclusione di un concerto intenso e suggestivo, quasi due ore senza risparmio per un cantautore che compirà ottantatre anni il 25 giugno. Ma sul palco non li dimostra.
(foto di Luigi Canu)





