Francesco Chebat: “Volevo essere Chick Corea, gli dedico un disco, con tanto affetto”

C’è una sorta di predestinazione, nella storia musicale del pianista bergamasco Francesco Chebat. Il padre gli ha portato a casa un disco di Chick Corea che gli ha aperto un mondo, la madre che voleva essere pianista gli ha fatto prendere lezioni. Lui ha fatto del suo meglio e nel 1999 si è diplomato nel suo strumento al conservatorio di Milano. Musicista di estrazione classica, dunque, ma con il jazz nel sangue che da poco ha pubblicato Wand, un progetto sul musicista amato fin dalla prima adolescenza, insieme a musicisti di esperienza come Riccardo Fioravanti (contrabbasso) e Maxx Furian (batteria) in cui reinterpreta Corea aggiungendo propri brani ispirati da lui. E rivela tutto il suo amore e devozione per un maestro riconosciuto di composizione.

E’ andata proprio così. Avevo tredici anni e mio padre Maurizio che era stato batterista e poi aveva aperto un negozio di dischi e strumenti musicali, mi fece ascoltare quel disco della Elektric Band, Behind the Mask, del 1991. Mi si è spalancato un mondo. Per me quell’album è stato una cornucopia di meraviglie jazz che poi ho scoperto negli anni, il mio imprinting musicale. Ho iniziato a suonare a dieci anni e il mio è stato un percorso essenzialmente classico, anche se le orecchie erano allenate al jazz grazie agli ascolti precoci indotti in famiglia. Poi ho comprato quasi tutti i dischi di Corea e altri ancora. 

Ma perché omaggiare oggi Chick Corea, è un tributo sua dopo la scomparsa?

No, era un’idea che coltivavo da tempo. Volevo offrire il mio ringraziamento personale ad una figura importante nella mia formazione musicale. Corea è un compositore eccezionale, sono sempre stato affascinato dalla sua apertura mentale, inserisce nella sua musica tantissimi elementi armonici e melodici che provengono da altri generi, compresa la classica. In un singolo brano lui “scrive” parecchio. Se paragoniamo una sua composizione tipica ed uno standard jazz qualsiasi, è molto più ricca di materiale. L’arrangiamento è legato alla composizione stessa: c’è un tema abbondante, una parte improvvisativa, il contributo dell’arrangiatore lo senti da subito. Mi ha sempre impressionato il fatto che quando Chick prendeva materiale da altri, quello che aggiungeva era in linea con l’originale, lo arricchiva in modo quasi invisibile. Era come se parlasse la stessa lingua dell’altro autore.

E dal punto di vista strumentale?

Non c’è confronto con nessuno, ha uno stile personalissimo. Ho sempre voluto fare questo progetto su di lui, il momento giusto si è presentato quando ho cominciato a collaborare con due musicisti come Maxx e Riccardo che lo apprezzano come me. Abbiamo dovuto lavorarci sopra tantissimo, è stata una bella sfida.

Lo hai conosciuto personalmente? 

Ho visto Corea un paio di volte dal vivo, in Italia con l’Elektric Band al Teatro Smeraldo di Milano. Non l’ho mai conosciuto, ma questa fortuna è capitata ad un mio carissimo amico in circostanze simpatiche. L’ha incontrato al bar del Blue Note, una quindicina di anni fa e si è messo a chiacchierare tranquillamente. Non aveva capito chi era, finché lui non si è congedato dicendo “scusami, devo andare a suonare”. Certe fortune capitano sempre a chi non le cerca. Quando me l’ha raccontato non dico quanto ho rosicato, anche se ero contento per lui…

Quali musicisti ti hanno influenzato oltre Corea?

Nel periodo in cui mi stavo formando ho ascoltato molto pianisti come Keith Jarrett, Esbjorn Svensson, svedese purtroppo scomparso presto che riusciva a tradurre in musica l’action painting di Jackson Pollock, il grandissimo Brad Mehldau. Ma anche Michael Brecker, Pat Metheny, Joshua Redman. Sono compositori, mettono molto spessore nella loro musica, scrivono brani per inserirci la loro poetica, infilarci sempre qualcosa di personale. Cerco di seguire la loro lezione.

Due parole sui compagni di avventura in questo Wand

Maxx ha dieci anni più di me, ma da ormai otto anni collaboriamo nel trio del bassista Marco Gamba e poi con il trombettista Alessandro Bottacchiari. Mi ha fatto conoscere lui Riccardo, che di anni ne ha venti di più, quando cercava un elemento per un progetto su Wes Montgomery. Poi è passato un po’ di tempo, ci siamo trovati a tavola parlando della comune passione per Chick ed è nata questa idea.

Lavorare con loro due è una lezione continua, a volte mi sembra di essere su un tappeto volante, tanto è magico. Riccardo è un guerriero, Maxx un mastino extralarge con due x, abbiamo messo insieme un bel trio.

Ascolti qualcosa in giro di interessante? Facci qualche nome.

Vorrei citare Shai Maestro, pianista israeliano nemmeno quarantenne diventato famoso con il trio di Avishai Cohen e Marc Guiliana. E’uno dei pochi in cui ho trovato echi di Chick Corea. Un cantante fenomenale è Michael Mayo, loro due hanno lavorato spesso insieme e girato un video conAlone Together, molto interessante. Poi c’è Ben Wendel, sassofonista che trovo formidabile.

In Italia un giovane pianista da tenere d’occhio è il trentenne Claudio Vignali, poi se vogliamo parlare di straight piano, quello di Scott Joplin e Fats Waller, il top assoluto è Rossano Sportiello, italiano che vive negli Stati Uniti ed è diventato una star internazionale.

Francesco Chebat

(foto di Sandro Oliva)

(la foto del titolo è di Orazio Truglio)

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