Maxwell McFriend, il futuro fa rumore: dentro la distopia elettronica di “Bipolarismo Tecnologico”

Partiamo da un presupposto fondamentale: come ogni opera di Maxwell McFriend, alias musicale di Pasquale D’Amico, “Bipolarismo Tecnologico” è un album, ma non è solo un album. O meglio: lo è nel senso più ampio e stratificato possibile. È musica, certo, ma è anche immaginario, racconto, frammento visivo, ipotesi narrativa, deriva mentale. Come spesso accade nella produzione dell’artista multimediale pugliese, siamo davanti a un oggetto creativo che rifiuta di restare all’interno di una sola definizione.

Nelle otto tracce del disco, pubblicato dall’etichetta bolognese EMIC Entertainment, c’è una parte consistente del nostro presente e – probabilmente – molto del nostro futuro. Fantascienza? Distopia? Sì, verrebbe da dire. Ma solo fino a un certo punto. Perché il mondo evocato dai suoni interrotti, obliqui e nervosi di Maxwell McFriend non sembra poi così distante. La sensazione più inquietante è proprio questa: non stiamo ascoltando una fuga immaginaria verso un domani irraggiungibile, ma una possibile traduzione sonora di qualcosa che sta già accadendo.

“Bipolarismo Tecnologico” immagina uno scenario in cui le emozioni vengono archiviate, processate, forse persino sostituite. I sentimenti diventano dati, le fobie diventano merci, le pulsioni umane passano da circuiti elettronici. La copertina, con quella bustina di meteoropatia pronta all’suo, parla già da sola: anche il disagio, anche l’umore, anche la sensibilità più instabile sembrano pronti a essere confezionati, catalogati, venduti. Ci si può innamorare di un’intelligenza artificiale, come suggerisce “Tumi Ami?”, e ci si può ritrovare strumenti nelle mani del denaro, più che suoi utilizzatori, come accade nell’ossessione circolare di “Ricordati di spendere”.

Il disco procede come un fiume in piena: campioni, voci, dissonanze, frammenti melodici, deviazioni ritmiche, sospensioni armoniche che non concedono mai una vera zona di comfort. Non c’è una linearità rassicurante, e non potrebbe esserci. La musica di Maxwell McFriend sembra costruita per accumulo e collisione, come se ogni traccia fosse un piccolo sistema nervoso artificiale in cui informazioni diverse si scontrano, si deformano e poi tentano di ricomporsi. A tratti sembra di muoversi dentro un romanzo di Philip K. Dick, tra androidi che forse sognano pecore elettriche (semicit.) e umani che, probabilmente, hanno già smesso di capire cosa desiderano davvero.

Ma “Bipolarismo Tecnologico” è molto di più, dicevamo. E infatti non nasce isolato. Il disco dialoga con “Il negozio di giocattoli”, romanzo dello stesso Pasquale D’Amico, sviluppato in parallelo al progetto musicale. Le due opere non si limitano a condividere un tema ma sembrano essersi contaminate a vicenda. Alcune voci ripetitive che attraversano l’album arrivano direttamente dal libro, come “Ricordati di spendere” e “Affrettati lentamente”. Sono frasi ambigue, slogan deformati. Piccole interferenze linguistiche che funzionano come segnali da un futuro non troppo lontano, intrecciato a un passato che somiglia vagamente a quello vissuto da una generazione cresciuta tra analogico e digitale, tra memoria fisica e archiviazione permanente.

È qui che il lavoro di Maxwell McFriend trova la sua dimensione più interessante: nei binari temporali che si sovrappongono, nei mondi artistici paralleli che dialogano senza spiegarsi del tutto, nella capacità di far convivere musica, letteratura e immaginario visivo senza trasformare una cosa nell’appendice dell’altra. “Bipolarismo Tecnologico” non è la colonna sonora del romanzo. È un’opera autonoma che ne condivide le domande, le ossessioni, le crepe.

Rispetto a “Braccia Rubate all’Agricoltura”, pubblicato nel 2022, siamo davanti a un Maxwell McFriend diverso. In quel disco, pubblicato sempre da Emic Entertainment, la critica del presente passava attraverso una materia più jazz-funky, ironica, terrena, accompagnata da una videoarte magica e onirica. Con “Bipolarismo Tecnologico” invece l’artista si sposta in una zona più scura, elettronica, concettuale. Il passo in avanti non è solo stilistico, ma anche emotivo: è l’opera di chi ha deciso di entrare in uno spazio sconosciuto, accettando il rischio dello smarrimento. Non tutto deve essere immediatamente decifrabile. Non tutto deve portarci per mano.

E’ proprio questa instabilità a rendere il disco efficace. Le tracce non cercano la forma canzone, né l’impatto elettronico più prevedibile. Piuttosto costruiscono un ambiente mentale. Ci si entra come in una stanza piena di monitor accesi, registrazioni spezzate, ricordi manipolati, notifiche che da una zona più profonda e più fragile. La tecnologia, qui, non è semplicemente un tema: è un filtro emotivo, una lente deformante attraverso cui osserviamo ciò che resta dell’umano.

Dire che “Bipolarismo Tecnologico” è uno specchio dei nostri tempi può sembrare una formula fin troppo facile, e mai come in questo caso lo specchio non riflette soltanto la superficie. Riflette le paranoie, le dipendenze, i cortocircuiti, le scorciatoie emotive, il mondo che stiamo costruendo spesso senza accorgercene. È un disco che destabilizza perché non ci mette davanti ad un mostro alieno, ma a una versione appena più estrema di noi stessi.

Bisogna avere il coraggio di guardare nell’abisso per ascoltare un album che ha questi presupposti. Bisogna accettare di non uscirne completamente rassicurati. Ma, fidatevi, ne vale la pena. Perché “Bipolarismo Tecnologico” non prova a immaginare il futuro per fuggire dal presente: lo fa per costringerci a vederlo meglio.

🎧 Ascolta in streaming: https://li.sten.to/bipolarismo-tecnologico

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