Con due album usciti in breve tempo, Strange Slightly Romantic Memories nell’ottobre 2025 e Attractions a maggio, e un altro in vista per l’autunno, il contrabbassista romano Francesco Pierotti, 44 anni, sta attraversando un periodo di grande fertilità compositiva. Parliamo con lui di musica, giovani talenti e difficoltà di emergere, ma anche del disco appena pubblicato, che sta promuovendo in giro per l’Italia dopo la recente presentazione allo storico Gregory’s di Roma. E’ un album di standard reinterpretati in trio con il pianista Roberto Tarenzi e al batterista Lorenzo Tucci, scavando tra le pagine meno note del repertorio, tra autori conosciuti e altri tutti da scoprire.
Il lavoro precedente era più sperimentale, con questo sei tornato agli standard jazz
Sì, con tutto che oggi la parola jazz racchiude un autentico crogiolo di musica in una definizione di comodo, dove lo swing è forse l’ultima cosa a cui si fa riferimento,a differenza di qualche tempo fa.
Slightly è un disco molto contaminato in cui ho messo insieme studi classici, strutture jazzistiche e anche reminescenze del mio periodo rock blues quando avevo con il chitarrista Claudio Tacconi un trio elettrico che faceva cose nello stile di Stevie Ray Vaughan e Robben Ford, ma su brani originali. Non ho mai amato molto cover e tributi che oggi vanno per la maggiore. E’ una sperimentazione con l’idea di jazz contemporaneo, in una formazione senza pianoforte, ispirata ad un concetto appreso nei miei studi di architettura, con incastri di forme e come unire questi ambienti come se si passasse da una stanza all’altra. Penso che la musica e l’arte debbano ricercare la profondità di quello che si vuole raccontare e non cercare consenso, i like di oggi.
Ma la ricerca è un po’ il concetto dominante anche nel lavoro più recente, Attractions.
Ogni componente del trio ha portato le sue scelte e la sua sensibilità musicale, quello che lo “attraeva” appunto. Credo sia un felice incontro di personalità musicali e spero che l’ascoltatore sia appagato quanto lo siamo stati noi a suonarlo. Siamo andati in studio con le idee molto chiare e in una giornata abbiamo registrato tutto il disco. Sono molto soddisfatto del risultato perché l’album è stato un escamotage per raccontarci come musicisti, l’approccio quasi funky su Bag’s Groove di Milt Jackson, la melodia di Modinha di Jobim che Roberto ha voluto mantenere quasi uguale perché quando hai la perfezione è meglio non toccarla. Per me è spesso difficile rapportarmi con gli standard, ascoltati centinaia di volte, c’è sempre il confronto con l’originale che un po’ ti blocca. Detto questo, il disco è uscito in modo spontaneo.
Dimmi qualcosa degli altri due componenti del trio
Con Lorenzo ho suonato anche in un quartetto con Fabrizio Bosso, Roberto lo conosco da tempo ma non avevo mai registrato con lui. Siamo tre musicisti con un modo diverso di suonare, abbiamo realizzato un incastro che non sempre è semplice da trovare.

Come vedi il panorama del jazz italiano oggi?
Il livello in Italia e anche in Europa è molto alto, ci sono tanti musicisti bravi e preparati, la verità è che, oltre ai soliti nomi, non ci sono tante possibilità per i giovani meno conosciuti di esprimersi. Gli organizzatori puntano quasi sempre sul sicuro, si dovrebbe dare la chance di ascoltare qualcosa di diverso. In questo modo forse si riavvicinerebbero le generazioni più giovani, al di là di quello che propongono radio e media.
Fai qualche nome di giovani musicisti meritevoli?
Ti citerei il sassofonista Giovanni Benvenuti e il trombettista Cosimo Boni, anche gran compositore che hanno suonato su Slightly. Poi il pianista Vittorio Solimene e il sassofonista Lorenzo Simoni, che girano con Gegè Telesforo, un altro pianista come Vittorio Esposito. Tra le cantanti che mi procurano brividi ci metto Donatella Montinaro e l’italo-iraniana Ava Alami.
Che musica stai ascoltando oggi? Qualche nome?
Ambrose Akimusil, senza dubbio. E’un trombettista e compositore che mi trasmette veramente tanto. Sul piano rock in questo periodo sto ascoltando molto la Dave Matthews Band. Ogni tanto infilo del rock classico nelle mie cose, con la cantante Chiara Viola abbiamo portato nelle scuole una rilettura di Harvest Moon di Neil Young e ai ragazzini è piaciuta tanto. Basta proporre.
Segnalo anche la voce della portoghese Marò, andate a cercare su You Tube il suo brano Oxala. E poi un pianista, un fratello in musica per me, l’israeliano Yakir Arbib, non vedente dal talento mostruoso. Ha fatto un disco, Classical Trasgressive, che mi faceva ascoltare in progress durante il covid che secondo me indica quale sarà l’improvvisazione del futuro, riprendendo Bach e Bartòk in una chiave diversa, personalissima, vicina al concetto di composizione classica ma con una decisa spinta in avanti.





