La musica eleva lo spirito. Il Dolomiti Ski Jazz fa lo stesso con il corpo. Letteralmente: portando gli ascoltatori a notevoli altezze sul livello del mare e ponendoli di fronte a una estatica congiunzione di suoni e natura.
L’abitudine spinge a farsi un’idea di questo come di ogni altro festival scorrendo il cast artistico in programma. E qui di sostanza ce n’è, anche grazie alla coincidenza con le recentissime Olimpiadi invernali, occasione che fa affluire risorse e spinge il territorio a presentarsi al suo meglio di fronte a una visibilità globale. Per lo Ski Jazz l’edizione 2026 è poi quella del trentennale: insomma, una concomitanza di fattori che spingono verso una programmazione che deve lasciare il segno, imprimersi nel ricordo. E quindi: Frank Gambale, Logan Richardson, Patrizia Laquidara, Kinga Głyk, Pietro Tonolo… Ascolti da una parte assai eterogenei, dall’altra comunque capaci di individuare specifiche aree di interesse musicale sulle quali il festival lavora a lungo raggio, da un’edizione all’altra: dalle sonorità remote del manouche e del dixieland ai modernismi della fusion, dai fondamentali del jazz moderno swing/bop alle divagazioni sempre pertinenti verso il cantautorato, il funky, il soul.
Ma, non ce ne vogliano gli artisti, al Dolomiti Ski Jazz i veri protagonisti sono i luoghi, gli scenari naturali, i panorami e i rifugi in alta quota che accolgono la musica, dove si arriva il più delle volte con gli impianti di risalita, talvolta solamente con gli sci (e qui si capisce davvero la specificità di questo festival, tra musica, natura e un pizzico di avventura). I concerti vanno ascoltati ma soprattutto raggiunti, visti, vissuti. Le mete musicali di questa edizione sono stati il rifugio Ciampedie (Vigo di Fassa), la Baita Tonda e lo Sporting Hotel (Alpe Cermis), il Lariceto Ebnerrast (Anterivo/Altrei), il Dolomites Geyser (Pozza di Fassa), il Rifugio Fuciade (Passo San Pellegrino), lo Chalet Caserina e il Rifugio Zischgalm (Pampeago), il Rifugio Ciamp de le Strie e lo Chalet 44 Alpine Lounge (Bellamonte), lo Chalet Valbona (Alpe Lusia). Il maltempo ha reso invece inagibile (o meglio irraggiungibile) la Baita Rodella 2222 (Col Rodella), sede del concerto finale del festival, provvidenzialmente recuperato come e dove si leggerà di seguito.
Il festival, svoltosi dal 6 al 15 marzo e organizzato dalle Aziende per il Turismo di Fiemme e Cembra e della Val di Fassa (con la direzione artistica del suo originario ideatore Enrico Tommasini), ha giocato prevedibilmente le sue carte migliori nel corso dei due fine settimana. Il secondo, in particolare, è stato un tripudio di sonorità elettriche: i concerti serali, di ambientazione tradizionalmente teatrale, sono stati dominati dalle presenze di Kinga Głyk e Frank Gambale.
La giovane (29 anni) bassista elettrica polacca Kinga Głyk si è esibita il 13 marzo al Teatro Comunale di Predazzo. La sua è una delle figure più emblematiche di uno dei fenomeni sotterranei del jazz attuale: le donne bassiste-leader. E per quanto questo interessante filone possa trovare i suoi momenti fondativi in figure ispiratrici come Esperanza Spalding e Linda May Ahn Oh, ogni nuova musicista sembra perseguire una propria specifica individualità. Così è per Kinga: emersa come enfant prodige, a Tesero ha confermato la sua abbagliante caratura strumentale. In una fusion di massima estremizzazione tecnica, basterebbe il suo assolo nel bis conclusivo per far capire quanto le nuove generazioni stiano alzando l’asticella delle abilità esecutive. Qualunque livello di virtuosismo sin qui raggiunto dai massimi strumentisti del jazz viene spazzato via da una dedizione, uno studio e una perizia abbaglianti. Nel concetto di fusion di Kinga prevalgono nettamente le componenti ritmiche e sonore di matrice rock, cosa che la pone in stretta sintonia con la ricetta musicale di Frank Gambale.
Uno dei grandi piaceri dell’ascoltare musica è trovarsi una sera davanti a un’esecuzione perfetta, di una maestria che si riterrebbe impareggiabile, e poi la sera dopo imbattersi in un artista capace di andare ancora oltre. Molto oltre. Frank Gambale suona al Teatro Navalge di Moena il 14 marzo. La sua All Stars è un quartetto che in diversi momenti si espande a quintetto con l’entrata in palco di Boca Gambale in veste di vocalist: una presenza che dona al set una varietà molto utile per l’orecchio (come nelle tonalità soulful di Set Me Free). Anche una divagazione acustica come Pine Mountain è un sapiente ingrediente ‘diversivo’ che allenta la tensione ma contemporaneamente permette di mettere meglio a fuoco il cuore del set: una fusion anche in questo caso più marcatamente rock che jazz, con un approccio collettivo eroicamente virtuosistico. Come è emozionante vedere infrangere record sportivi, lo è altrettanto sentire Gambale domare la sei corde elettrica con il massimo confort anche nelle diteggiature più intricate e a rotta di collo.

Di tutt’altra pasta è stato il concerto serale (12 marzo al Centro Polifunzionale di Castello di Fiemme) con il quintetto co-diretto dal trombettista Joe Magnarelli e il sassofonista Kirk MacDonald. Naima, Green Dolphin Street, Moment’s Notice, All Blues, Blue in Green, Oleo: fin troppo facile riconoscere un duplice omaggio a Miles Davis e John Coltrane nell’anno dei reciproci centenari. Quel che più conta è il linguaggio swing/bop assolutamente immacolato, un’idea cristallina di jazz che non necessita di aggettivazioni perché è la pura essenza di se stesso. Lo statunitense Magnarelli è asciutto, essenziale e quando una mano sapiente in regia audio aggiusta il riverbero tocca note davvero davisiane pur senza atteggiamenti imitativi. Per accorgersi di cosa è capace il canadese MacDonald bisogna davvero averlo davanti agli occhi (su disco sfuggirebbe): suona tutto il concerto fuori dal microfono e ciononostante sovrasta in volume il resto della band: una potenza di emissione inaudita che mai si trasforma in grido. Anzi, è di una eloquenza tornita e sinuosa. La ritmica austro-tedesca (Oliver Kent al pianoforte, Rudi Engel al contrabbasso e Bernd Reiter alla batteria) costituisce un altro dei plus del Dolomiti Ski Jazz: la capacità di indagare con attenzione la scena jazzistica di un’area geografica del continente che trova poca visibilità nel resto della nostra penisola.
Gli appuntamenti diurni in alta quota del weekend conclusivo del festival hanno avuto il loro ‘eroe’ in Mozes Rosenberg, che si è esibito in trio come da copione sabato 17 marzo allo Chalet 44 Alpine Lounge di Bellamonte mentre ha dovuto subire il meteo avverso il giorno seguente, quando è stato impossibile raggiungere la Baita Rodella 2222. Con spirito di adattamento sportivo e forse anche francescano, Rosenberg ha recuperato questo set esibendosi fuori programma (e quindi per pochi fortunati intimi) allo Sporting Hotel dopo il set ufficiale di Evi Mair. Per Mozes, il jazz manouche è un affare di famiglia: è la giovane leva di una dinastia familiare sinti che ha trasportato il gipsy jazz sino ai giorni nostri, conservandone il fondamentale vocabolario e, nel caso di Mozes, aggiustandolo di “sale” ovvero di fraseggi che dimostrano una sensibilità attuale. Come le diteggiature, anche il repertorio trascolora dal classico all’inimmaginabile in termini manouche: da Minor Swing a Oci ciornie, da Caravan al morriconiano tema del Padrino che scivola da una pronuncia siculo-mediterranea al vero e proprio manouche. Su tutto svetta uno swing fluido e vaporoso. Lascia sbalorditi la facilità con cui Rosenberg si muove sulle corde: fraseggi nitidi, diteggiature cristalline, temi scolpiti con ogni nota perfettamente cesellata, arpeggi tersi come l’aria montana. Tutto talmente immacolato da sembrare irreale per una esecuzione live. La musica scaturisce con una fluidità inverosimile anche nelle accelerazioni che portano il trio su tempi meritevoli di un autovelox. C’è da rimanere increduli davanti a un virtuosismo che gioca coi limiti fisici della creazione sonora senza fare perdere di umanità alla musica.
Venerdì 13 allo Chalet Valbona, il trio formato da Nico Menci (pianoforte), Filippo Cassanelli (basso elettrico) ed Enrico Smiderle (batteria), con in più Martino Bisson ai fiati, va ben oltre le tematiche promesse dal nome del progetto, Latin Mood. Sono anzi altre sonorità, più fusion e vintage, a dare una marcata originalità all’ascolto, che si allontana dal semplice latin jazz.
Gruppo creato in occasione delle olimpiadi invernali, la Olympus Band della cantante Evi Mair è un esuberante nonetto, con una front line piccante (Fiorenzo Zeni ai sassofoni, Paolo Trettel alla tromba, Hannes Mock al trombone) e una falange di musicisti ritmico-armonici che ingaggia la vocalist in una sequenza mozzafiato di funk, R&B e qualunque cosa faccia alzare la pressione emotiva: dai Bee Gees a Prince, da Amy Winehouse a Stevie Wonder. Domenica 15 marzo lo Sporting Hotel vibra in positiva sintonia con la band. Meritevole di recensione anche il gin (ma fruibile anche in modalità analcolica) elaborato da Anna Gilmozzi, che dello Sporting è padrona di casa: distillato che lancia un messaggio di rinascita tutto al femminile.





