Pensieri sparsi, assistendo, abbarbicati tra la folla strabocchevole del Rufus Thomas Park, ad una giornata del trentottesimo Porretta Soul Festival. Intanto, già un numero che fa pensare, segno di grande longevità per un rassegna che dal 1988 porta in Appennino il meglio della soul music, fra tradizione e modernità. L’intuizione che Graziano Uliani ebbe alla fine degli anni Ottanta sta procedendo spedita verso il quarantennale, come poche altre in Italia, facendo di Porretta un’autentica capitale europea della musica dell’anima, come mostrano anche i murales di artisti famosi dipinti sulle case, da Otis Redding a Ray Charles ad Aretha Franklin.
Il ponte che conduce al luogo della rassegna è intitolato a Solomon Burke e testimonia quanto il borgo sia devoto alla memoria di grandi protagonisti del genere. Burke cantò da queste parti in una memorabile passata edizione ed il ricordo è eternato nel manufatto sopra il Reno. Per la cronaca, a Porretta ci sono anche una via Otis Redding e un vicolo Sam Cooke.

Qui sono passati negli anni, giganti come Rufus Thomas (sei volte), Isaac Hayes, Wilson Pickett, Chaka Khan, Booker T & MG’s, The Bar Kays, Mavis Staples, Sam Moore e molti altri. Una lunga storia che è stata raccontata in un bel film di Marco Della Fonte, A Soul Journey.
Sul palco sabato 25 luglio, tanta buona musica sciorinata dalla big band (dodici elementi, con sezione fiati e doppie tastiere) della Memphis Hall of Fame. Porretta è gemellata da anni con la città del Tennessee, legame saldo che si traduce in un “ponte” musicale dalle solide fondamenta capace di portare qui nomi interessanti. La band pompa musica cantata prima da Rick Hutton (Kiss di Prince, Move on Up di Curtis Mayfield) e poi da un paio di special guest.

Apre Karen Wolfe, da Pine Bluff (Arkansas), voce carnosa come il suo corpo che canta di essere in cerca di un Juke Joint Man, rifacendosi alla tradizione di quei locali da ballo “per neri” dove nacque la riscossa dei diritti civili. Karen, allieva di Denise La Salle e che ha cantato con gente come Bobby Rush, Millie Jackson e Johnny Taylor, sciorina blues sapido e ritmato, invita gente a salire sul palco per ballare con lei, racconta storie della sua vita, fa cantare a turno le Jewels, coriste che sfoderano ottime voci,
Poi arriva lui, Lenny Williams, già cantante e fondatore dei Tower of Power. Voce di velluto che scivola via sicura nonostante gli ottantun anni, omaggi sparsi a big come Curtis Mayfield e Al Green, canzoni proprie, ben fasciato in un completo nero bordato di giallo, rinverdisce la tradizione dei giganti del soul, accenna passi di danza, aizza il pubblico e riceve riconoscimenti sul palco. Termina in una meritata apoteosi.
La rassegna ha proposto anche una scoppiettante esibizione di Eric Gales, chitarrista funambolico ed hendrixiano e di Curtis Salgado, cantante che ebbe un ruolo importante nella nascita dei Blues Brothers come “consulente” di John Belushi e Dan Aykroyd. Qui raffigurati da Erwin Siesling, ingegnere svizzero del Cern e dal suo compare che ogni anno portano a Porretta una copia fedele della Bluesmobile usata nel film da Elwood & Jake, scavalcando montagne e presumibilmente consumando ettolitri di preziosa benzina.
Ma il soul blues power è più forte di tutto.
P.S (Post Soul): nell’occasione uno Sweet Soul Music Award è stato consegnato ad Albhy Galuten, produttore, tra gli altri, dei Bee Gees e di Eric Clapton. Giusto riconoscimento ad un nome noto solo agli addetti ai lavori, ma che ha contribuito a successi importanti.





