Anaïs Drago: con Falomi e Beccalossi un incontro felice di Gracia e bellezza

Violino, chitarra e fisarmonica. Un incontro felice per un disco molto riuscito, quello che Anaïs Drago, Luca Falomi e Fausto Beccalossi hanno chiamato Gracia. E “grazia” è davvero il concetto dominante dell’album, con la perizia chitarristica all’acustica di Palomi ad intrecciarsi al violino sperimental-fantasioso della Drago e alla sapiente, struggente fisarmonica di Beccalossi.

E’ proprio la violinista, nominata “portavoce” del trio, a raccontarci la genesi del progetto.

Luca e Fausto si conoscono da anni e suonano insieme da tempo. L’incontro con loro, come spesso avviene con le belle cose, è nato casualmente. Con loro condivido il batterista Max Trabucco e lui aveva organizzato in Veneto una piccola rassegna a cui partecipavamo tutti. Loro suonavano in due e io da sola, poi abbiamo deciso di fare un pezzo insieme, abbiamo fatto fuoco e fiamme e da lì è nata l’idea di una collaborazione. Questo succedeva ad autunno del 2025, a gennaio di quest’anno già ci trovavamo per le prime prove.

Quasi un colpo di fulmine, si direbbe.

L’intesa è stata trovata quasi subito. Del resto sono tre strumenti che è difficile far andare male insieme, affini e presenti in molti generi di origine popolare. Sulla riuscita della pasta sonora non avevamo dubbi, è stato molto bello e appagante fare insieme il lavoro di scelta e repertorio. Ognuno ha portato nell’album la sua sensibilità musicale che spesso era comune. Sono tutti brani originali, tranne la Serenata Sentimentale di Manuel De Falla e La Tarera, scritto da Federico García Lorca che era musicista, pianista e chitarrista, compositore e ricercatore della tradizione, oltre al poeta conosciuto da tutti.

Ma il disco non è solo un omaggio a Lorca.

No, Gracia è anche anagramma di García, ovviamente la figura di questo grande  poeta-musicista aleggia un po’ dappertutto, ma non vuole essere un tributo. Duende, per esempio, firmato da Luca, evoca il concetto di spirito creativo teorizzato da lui, ma è anche la trasposizione in musica di un sentimento che domina spesso gli artisti. In questo modo speriamo di aver reso onore alla duplicità di Garcia Lorca, profondamente immerso nelle avanguardie del suo tempo, ma anche appassionato cultore della tradizione. E Gracia vuole anche dire un grazie, che non è mai di troppo.

Il processo di lavorazione è stato rapido.

Rapidissimo, direi. Abbiamo fatto il montaggio del repertorio in due o tre mesi, poi registrazione, mixaggio e mastering con quel maestro che è Stefano Amerio di Artesuono, ci hanno reso in grado di presentare un prodotto rifinito in tempi molto brevi. Dopo aver  lavorato con  lui, credo che non potrei registrare con nessun altro.

E’ un suono, il vostro, che ha profonde radici mediterranee.

Fondamentalmente sì, ci spingiamo anche su territori diversi, ma la matrice è quella. A me personalmente interessava fare un percorso con il violino in maniera più tradizionale rispetto ai miei ultimi lavori. Luca e Fausto hanno una melodicità e una varietà armonica che permette divagazioni classico-contemporanee, la ricerca di una destrutturazione della forma-canzone, questo è molto interessante.

Due parole su di loro, allora.

Entrambi sono fantastici compagni di viaggio e insieme abbiamo creato un’amalgama che credo si percepisca ascoltando il disco. Fausto è un uomo di montagna, di poche parole ma dal cuore grande, persona molto umile in cui trovi nel contempo una capacità musicale a trecentosessanta gradi, tutto quello che cerchi in un musicista lui ce l’ha. Ha un fantastico interplay e un enorme senso ritmico, quando inizia un solo ti trasporta in un altro mondo. Luca è un vero perfezionista, molto fantasioso e prolifico. Credo che la sua dote migliore sia il livello da lui raggiunto su uno strumento che non concede la minima sbavatura. Penso che in tutto il disco abbia dovuto sistemare una nota o due. Per me è sorprendente ogni volta il suo fraseggio improvvisato

Mi ha colpito il titolo della tua composizione “Il reale è il riflesso”.

Una frase pescata da qualche parte della produzione di Lorca, non mi ricordo esattamente dove, che mi ha spinto e ragionare sulla tematica dello specchio. Che cosa riflette e se il reale sia più vero del riflesso o viceversa. Lascia aperte tante possibilità all’immaginazione. Così ho utilizzato il concetto in senso musicale, creando giochi di specchi sonori.

La copertina del disco è un quadro di Emilio Tadini.

L’ho scelta io, dopo averla vista in un concerto nella casa museo tenuta dal figlio Francesco, uno spazio a Milano dove si fa arte e musica. Mi aveva intrigato questo vago non sense dell’opera, una rana col tutu e quei coloro così suggestivi. Era ideale per il disco.

Siete andati a promuovere l’album prima in Sudafrica che in Italia.

Ci hanno invitato, non abbiamo un booking e andiamo dove ci chiamano. C’era questo piccolo festival, Journey to Jazz, tra Capetown e Prince Albert, un piccolo villaggio in mezzo  alla nulla. Abbiamo suonato, tenuto master class, incontrato musicisti bravissimi a Langa, la township più antica di Città del Capo, incontrando sempre grande interesse e calore. La cosa incredibile è che non avevano mai sentito un trio chitarra-fisa-violino, quello che da noi è normalissimo per loro era quasi musica aliena!

Per finire, qualche consiglio di ascolto ai naviganti.

Ascolto molto dal vivo, in questo periodo, concerti soprattutto. Direi l’ultimo solo del pianista Alexander Hawkins e il disco di un’altra pianista, l’austriaca Ingrid Schmoliner, Breath  in Definition. Tra i giovani musicisti mi piace segnalare Camilla Rolando, trombettista di Biella che ha appena fatto uscire un singolo, lavora come turnista con Jovanotti e Gianni Morandi e ha un trio con altri due biellesi, il batterista Giulio Ferro e  la chitarrista Gioela Scomazzon. Molto molto brava.

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