Tra psicanalisi, rievocazione e ironia sempre liberatoria, l’Operaccia Satirica di Paolo Rossi affascina e diverte il pubblico del Teatro Celebrazioni di Bologna. Sul palco il primattore, istrionico ed esilarante nelle sue pause e nei suoi inceppamenti, si fa analizzare da una psicologa (Caterina Gabanella, davvero brava) mentre i fidi musici Emanuele Dell’Aquila (chitarra) e Alex Arcieri (contrabbasso) cuciono un’appropriata colonna sonora intorno alle storie, intervenendo anche nel dialogo. Fedeli anche al sottotitolo dello spettacolo che recita beffardo “Onora i padri e paga la psicologa”.
Gabanella esordisce affermando che, durante le sedute, Paolo aveva cominciato a pretendere che lei ridesse e si divertisse alle sue risposte, sostenendo che doveva essere la psicologa a pagare lui per lo show. “Così mi sono inventata questa terapia di gruppo col pubblico e a pagare siete voi”. Prime risate in sala.
Operaccia Satirica è teatro dentro il teatro, labile il confine tra realtà e invenzione, Rossi sempre abile a mischiare le carte per cui non si capisce quando reciti e quando no, con la naturalezza che lo contraddistingue mischia vero e fantasia, spontaneità e costruzione.
Così lo show scivola via, tra parodie della pubblicità televisiva che condiziona la vita reale (campioni mondiali di sollevamento bambini, mariti che si alzano nella notte per andare in bagno con vari pretesti, scommesse sulle signore dotate di protesi dentarie), incursioni nel drammatico, purtroppo di tutti i giorni, Paolo Rossi si racconta nelle pieghe di una ormai lunga carriera, affrontando i primi segni di vecchiaia (parossisticamente cantata nella gaberiana Quello che perde i pezzi, risponde deciso alla domanda di Gabanella che gli chiede quali sono i padri ispiratori: Dario Fo, Giorgio Gaber, Enzo Iannacci. E viene giù il teatro dagli applausi.

Momenti alti dello spettacolo: il racconto, da parte della psicologa, del sogno di un uomo intrappolato in una galleria durante uno dei tanti conflitti in corso, l’accenno ai bambini che giocano alla guerra invece che alla pace “perché vedono i grandi che si combattono e sparano, non solo metaforicamente”. E quando la Gabanella, ex nazionale di pattinaggio artistico nata a Bolzano, canta, benissimo, in tedesco Lili Marlene si riconosce che “le guerre comunque ci lasciano belle canzoni”. Chissà quanti soldati, tedeschi e no, sono morti con quelle note in testa.
Rossi riassume il suo antimilitarismo con racconti esilaranti della naja, alle prese con un tenente Vannacci (“solo omonimo, non stiamo sempre qui a dare materia per querele”, avverte Paolo”) e la sua idea di religione con la storia di Giuseppe, padre putativo con sacra famiglia a carico in fuga verso l’Egitto alle prese con doganieri perplessi. In questo trattare irriverente la materia religiosa, compaiono scorci del “Mistero Buffo” del maestro Fo. “Dal quale, come da Gaber e Iannacci, ho imparato a rubare. Perché l’attore ruba dove può, propone parole come fossero le sue, per poi scoprire che anche questa frase l’aveva presa da Picasso. Ma ormai sono tutti morti, posso tranquillamente far finta che sia roba mia”.
Una delle tante confessioni che si nascondono in un testo intelligente e ricco di spunti, dove sembra che Rossi affidi la sua parte “seria” alla psicologa-contraltare mentre tiene per sè la parte del giullare. ma insieme i due dicono cose importanti sul mondo e sulla vita, sotto il velo della comicità, come è sempre stato nei lavori di Paolo, milanese con radici eterogenee a Monfalcone: “Nonno paterno di Cefalù e nonna della Croazia, non si sa come abbiano fatto a incontrarsi”, aveva sottolineato nell’introduzione la psicologa. “Nonni materni un ufficiale di polizia di origini austro-ungariche e la moglie Carmen Vega, che si credeva spagnola ma era di Sondrio, in Valtellina”.
Applausi scroscianti e tre richiamate in scena dimostrano l’alto gradimento del pubblico bolognese per questa Operaccia Satirica un po’ meneghina e un po’ brechtiana.
le foto sono di Alessandro Botticelli






