Il piccolo mondo che Ale e Franz portano sul palco nel debutto al Celebrazioni di Bologna del nuovo spettacolo Capitol’ho è il nostro, moderno e presente. Un mondo dove i complottisti ti aspettano alla fermata dell’autobus perennemente in ritardo per asfissiarti con le loro teorie astruse, dove i call center per prenotazioni di visite mediche ti rimandano alle calende greche, dove i vecchietti raggiungono il tavolo dell’osteria nel tempo occorrente alla nipote per passare dall’asilo alle medie. Certo, tutto un po’ portato all’esagerazione parodistica, ma ben riconoscibile. E’ Milano, ma potrebbe essere ovunque. Con l’immaginazione si fa tutto, anche pensare di essere al Globe Theatre a recitare Shakespeare, in una versione post-demenziale di Romeo e Giulietta, ma anche ricca di quegli sprazzi di poesia e autentica magia che appartengono al testo originale del grande drammaturgo, scritto più di quattrocento anni fa.
Così, l’idea annunciata da Ale e Franz che entrano a sorpresa in teatro dalla platea (“Voi conoscete noi, ma noi non vi conosciamo, vogliamo vedervi da vicino”) è quella caldeggiata soprattutto da Francesco Villa ad un riluttante Alessandro Besentini, di “fare qualcosa di serio invece delle solite robe”. Il che ricorda un po’ Raimondo Vianello negli anni Settanta quando rivelava a Sandra Mondaini in un varietà tv di preferire il teatro impegnato allo spettacolo comico (“Io ho fatto i Giganti della Montagna”, era il tormentone) con effetti esilaranti. Chissà. Certo è che i due si tuffano tra Capuleti e Montecchi tra l’impegno di Franz e il solito disincanto di Ale, costretto nei panni femminili di Giulietta perché “ai tempi di Shakespeare le donne non potevano recitare in teatro” (verissimo), mettendo a dura prova l’immaginazione del pubblico che Villa continua ripetutamente a sollecitare.
Sempre bravissimi, i due, strana coppia formatasi nel 1994, dal cabaret alla tv che li ha resi popolarissimi e poi al cinema e quindi tornati ad una dimensione teatrale con questo show che riprende vecchi testi (“dai, facciamo quelli che li sappiamo a memoria”, implora Ale, renitente alle smanie teatrali di Franz) e ne propone di altri, grazie alla regia del fedele Alberto Ferrari. Tempi comici incredibili, ridda di parole (su cui ogni tanto si incespica, allegramente) gestualità notevole e il pubblico viene coinvolto fin dalle prime battute.

Tra gli sketches, quello del call center è straordinariamente divertente, ma anche amaro nella sua critica sociale se si pensa come siamo ridotti oggi con la sanità pubblica . Certo, digitando erroneamente i tasti non ci capita di acquistare “una villa bifamiliare a Osaka”, ma i tempi di attesa per una visita restano lunghissimi. Ahinoi.
Irresistibili, poi, alcune trovate nella “fiction scespiriana” , come quella di far vestire Romeo come Danny/John Travolta e Giulietta come Sandy/Olivia Newton in Grease pescando nei bauli lasciati da un musical precedente.
Si ride e ci si sganascia, ma a tratti si apprezza anche la bellezza di un testo immortale, la storia di un amore che travalica i secoli, che ha ispirato altro teatro, cinema e letteratura. Anche, se alla fine, Giulietta si rifiuta di baciare il veleno fatale sulle labbra di Romeo. “Potrei. Ma chi me lo fa fare? Ho quindici anni e tutta la vita davanti. Di Romeo ne trovo quanti ne voglio”, proclama il biancovestito Bisentini in parrucca bionda. E’ il teatro, ragazzi, un colpo a sorpresa per sdrammatizzare la tragedia. Ale e Franz, al termine di scroscianti applausi, salutano pubblico e giornalisti sul palco, concedendosi poi anche alle domande “private” dei presenti rimasti. Bella iniziativa, che altri teatranti potrebbero imitare. Buona la prima nazionale, dunque, di uno spettacolo che, naturalmente, sarà levigato e rifinito e crescerà strada facendo.
(foto di Anna Antonelli)





