Gianni Morandi spopola al Duse e gioca in casa fino a Pasqua

C’era un ragazzo che come me amava i  Beatles e i Rolling Stones. E c’è ancora, Gianni Morandi, sul palco, quarant’anni dopo che i Fab Four si sono...

C’era un ragazzo che come me amava i  Beatles e i Rolling Stones. E c’è ancora, Gianni Morandi, sul palco, quarant’anni dopo che i Fab Four si sono sciolti, mentre gli Stones corrono tuttora. Ed è un po’ Mick Jagger lui, tenuta splendida anche a quasi 76 anni  (li fa l’11 dicembre), balla di meno ma è altrettanto resistente all’usura di sessant’anni di carriera. Come i Beatles e gli Stones, ha cominciato nel 1962. 

Ventidue concerti sold out già tenuti, qui al Teatro Duse, la promessa di farne altri (“Fino a Pasqua mi vogliono qui, se resisto”, scherza col pubblico) e quindi, conti alla mano, in una sala da 999 posti (“con me facciamo cifra tonda”) sono già quasi ventimila presenze per il Gianni da Monghidoro che proprio qui debuttò, nel lontano 1964, quando Beatles e Stones erano già famosi ma “mio padre non potè venirmi a sentire, perché non aveva la giacca”.

La canta, quella canzone immortale che incise anche Joan Baez, prima protest song italiana  contro la guerra con la chitarra che fa rattatattà. Così come canterà quasi tutte le canzoni di una vita, in un’atmosfera da festa di famiglia, hai sempre quell’impressione che quando arriva al proscenio e ti guarda negli occhi, sorridendo, sia venuto qui per te. 

gianni morandi

Gianni Morandi condivide con il pubblico qui, dal 1 novembre, una vita dedicata a cantare. Stasera gioco in casa è il titolo dello spettacolo e anche del brano iniziale, scritto dal nipote Paolo Antonacci, figlio di Biagio. Poi, alla chitarra da solo attacca Canzoni stonate, nata dalla collaborazione con Mogol (che aveva appena terminato quella con Lucio Battisti) e lui la imita, la voce nasale del Rapetti che voleva negli anni Ottanta lui si liberasse di tutta la “roba vecchia”, facendo ridere il pubblico.  

Non se ne libererà, in questo concerto, di quella “roba vecchia”, per fortuna, come Se perdo te e Scende la pioggia, i due brani che mi piacevano di più da ragazzino, prima che scoprissi fossero  fossero cover, rispettivamente di Johnny Cash (Solitary Man) e dei Turtles (Elenore). Ma Gianni ha scritto anche, con Migliacci e Zambrini, la bellissima e un poco hippier Un mondo d’amore, anche questa ripresa dalla Baez, con cui ha aperto la seconda parte, dopo un bel solo, a sipario chiuso, del chitarrista Elia Garutti, compagno di palco con il  bravo pianista Alessandro Magri.

Non mancano, quelle canzoni immortali che hanno poi accompagnato la nostra vita, come Se non avessi più te, difficile prova canora, con accenti tenorili, il vibrato (“teeee”) che è il suo  marchio di fabbrica, In ginocchio da te (nella colonna sonora del plurioscarizzato Parasite), è cantata proprio col ginocchio piegato, chitarra alla mano. 

Gianni è un fiume in piena, tra musica e aneddoti, l’amico che molti di noi vorrebbero, quello che tira fuori la chitarra  sul pullman e si mette a suonare canzoni altrui, Mi ritorni in mente, Strada facendo. E strada ne ha fatta quel ragazzino che andava in corriera a Bologna per cantare con la maestra Alda Scaglioni che odiava Claudio Villa. Lui, che si era preparato tutto i repertorio del reuccio, racconta che virò strategicamente su Nel blu dipinto di blu, canzone con cui nacquero nel 1958 i cantautori. C’è una bella versione accorata di Io che amo solo te” di Sergio Endrigo, “la canzone con cui mi sono innamorato la prima volta” e lui narra del primo timido bacio sulla bocca (“senza lingua, naturalmente” con Federica, a Bellaria. 

Su Angeli, grande successo con Lucio Dalla, la chitarra assume accenti rock. E lui ricorda le condivise avventure canore, canine e calcistiche (“L’ultima volta che l’ho visto abbiano perso in casa con l’Udinese, 1-0), un’ amicizia finita presto: “Ma ogni volta che  sono a Bologna mi immagino che salti fuori da un portico, da una chiesa, perché lui era così, lui è sempre qui”. La triade Piazza Grande, Futura, Caruso” è un omaggio “ad un artista enorme, che ci ha lasciato canzoni meravigliose”. 

gianni morandi

Struggente e densa, Chiedi chi erano i Beatles degli Stadio, interroga su un passato musicale glorioso, forse perduto e contribuisce a rinnovarne la memoria. E’uno dei momenti più alti dello show.

Morandi, che è una star ma non lo fa vedere, condivide generoso il palco con due ospiti: prima Barbara Cola con cui canta “In amore”, che arrivò seconda a Sanremo nel 1995 dietro la “Come saprei” di Giorgia (“ma lei era troppo forte” commentano i due”) e poi con Sara, venuta da Lucca a Bologna per studiare teatro e intanto fa servizio civile: Grazie perché (We’ve got Tonight di Bob Seger) strappa applausi e la ragazza sfodera una voce potente e delicata come si conviene.

Uno su mille ce la fa accennata dallo stesso Morandi al pianoforte, con la sua esortazione esistenziale chiude in bellezza quasi tre ore di concerto. Ma come fa?

Poi Gianni, consapevole che il pubblico freme per fare qualche foto, finora vietata, lascia via libera ai cellulari su Si può dare di più (dove imita le parti di Umberto Tozzi ed Enrico Ruggeri) e Banane e lampone. Ed è apoteosi, tutti sotto il palco.

Si replica, ancora il 20, 26 e 27 febbraio, il 5, 12, 19, 26 marzo, 11 e 12 aprile. Save the date. 

(Foto in evidenza di Angelo Trani)

Paolo Redaelli

 

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