Kurt Elling conquista il pubblico del Teatro Duse, per Bologna Jazz Festival con i suoi spericolati fuochi d’artificio vocali, insieme agli Yellowjackets, celebrando nel contempo i Weather Report, gruppo cardine della mitologia jazz-fusion. Così, quando parte la grazia scattante e melodica di Elegant People, da Black Market del 1976 (mezzo secolo fa!) ci si prepara ad altre delizie del genere, tipo Birdland che fu vocalizzata dai Manhattan Transfer o A Remark You Made. Invece.

Forse consapevole che aggiungere una voce e delle parole ai brani essenzialmente strumentali della superband di Joe Zawinul e Wayne Shorter può rivelarsi pericoloso, Elling pesca tra i capitoli meno conosciuti del repertorio, reinventando senza tradire la fonte. Così la celebrazione è soprattutto quella dell’attitudine del gruppo, capace di unire sperimentazione e spericolatezza jazz ad un’ immediatezza e un’orecchiabilità rock, attingendo a varie culture sonore.
Elling è vocalmente un mostro di bravura: arditi saliscendi e scat funambolico, accelerazioni, rallentamenti e riprese, giri di microfono per creare un effetto surround. Sin dalle prime battute ll Duse è affascinato dalle sue capacità, unite a quelle di strumentisti eccezionali come i già noti Bob Mintzer (sax soprano e baritono) e Russell Ferrante (tastiere), mentre il batterista Marcus Finnie e soprattutto il bassista Dane Alderson sono un’autentica rivelazione.

Così il concerto scivola via piacevolmente, toccando atmosfere funky e swing retro, muovendosi agile tra i sottogeneri del jazz in uno sforzo collettivo scintillante. Kurt Elling propone pagine meno frequentate del grande songbook dei Weather, come Current Affairs dall’omonimo lp del 1982 o Corner Pocket da Sportin’Life del 1985, gli Yellowjackets assecondano le sue scorrerie vocali su e giù per il palco, Alderson fa del suo meglio per non sfigurare al confronto con giganti come Jaco Pastorius e Alphonso Johnson. La musica scorre liquida e densa, piena di sapori diversi, mentre il vocalist colloquia con il pubblico anche in uno stentato ma ammirevole italiano, ringraziando frequentemente per la calda accoglienza riservata a lui e al gruppo
In un’ ora e mezza e poco più di suoni concentrati, pastosi, eleganti e dinamici, la joint venture tra la voce di Elling e uno dei gruppi cardine dell’era fusion (che praticamente iniziò dove finirono i Weather Report) ha prodotto risultati positivi. Ferrante non suona sepolto da montagne austriache di tastiere come Zawinul, ma è altrettanto efficace, inventivo e fantasioso, Mintzer si destreggia abilmente tra i due tipi di sax come faceva Shorter, punteggiando il canto di Elling e lanciandosi in private, incisive, escursioni. Il solo di batteria di Finnie diventa un duetto con la voce del singer americano che si fa percussione e beatbox.
Il bis viene richiesto a gran voce, ma ci sarà spazio per un solo brano, dopo un’esibizione di tale intensità. Sorprendentemente, ancora, è una ballad, dove dopo tanti saliscendi vocali, Elling si esprime al meglio della melodia. Luci accese in sala segnalano che la musica è finita, tempo di andare nella notte bolognese.

le foto sono di Francesca Sara Cauli





