Al Di Meola, l’incanto della chitarra acustica al Celebrazioni per Bologna Jazz Festival

Al Di Meola incanta con la sua perizia chitarristica il pubblico di Bologna Jazz Festival in un Teatro Celebrazioni gremito. C’era grande attesa per il “guitarchitect” (autodefinizione, peraltro centrata, viste le sue mirabili costruzioni) e non è andata affatto delusa.

La musica del chitarrista di Jersey City (ma il nonno è beneventano), qui in dimensione prettamente acustica, è squisitamente anacronistica eppure assolutamente contemporanea e godibile, intrisa com’ è di radici flamenco che si innestano su una fusion onnivora di impronta anni Settanta. Di Meola si presenta con il secondo chitarrista Peo Alfonsi e il percussionista Sergio Martinez in un trio che diventa spesso quartetto quando si aggiunge, a sorpresa, un clarinettista e flautista macedone. Pizzica la chitarra con assoluta perizia, traendone cascate inarrestabili di note, facendosi seguire e spesso inseguire dai compagni di palco, con cui c’è grande feeling. Le dita scorrono veloci sul manico e a tratti il suono è così legato e fluido che sembra quello di un pianoforte, ricco di influenze mediterranee e spagnoleggianti. Gli applausi sono inevitabili e lui snocciola qualche parola di italiano (“grazie, buonasera, contento di essere qui”) prima di rifugiarsi nel più familiare inglese.

Peo Alfonsi asseconda il leader assoluto che comunque lascia ampio spazio ai comprimari. Niente assoli perché la musica è un continuum assoluto ricca di melodia e armonie impervie che comunque all’orecchio suonano allettanti. Di Meola fa sembrare facile una musica complicatissima, che richiede anni di studio e la sua dote maggiore è forse questa, l’umiltà con cui un grande virtuoso si mette al servizio del collettivo. Sullo schermo dietro di lui scorrono video dell’amata Capri (dove ha una villa) e della skyline newyorkese, di montagne forse svizzere e deserti, perché la musica di Di Meola è impressionismo paesaggistico. Lo si vede anche, come in un album di famiglia, insieme a giganti come Carlos Santana, Stevie Winwood, Jimmy Page, Steve Vai, John Mc Laughlin con cui ha spesso suonato, in un’ideale gotha della chitarra. Ci sono anche i vecchi compagni di avventura, i “romantici guerrieri” del periodo jazz fusion con i Return to Forever: Chick Corea, Stanley Clarke, Lenny White.

Momento altissimo quando Di Meola omaggia gli eterni Beatles con un medley che intreccia, tra le altre Norwegian Wood e In My Life secondo una reinterpretazione armonica suggestiva e toccante. Così come quando riprende insieme Il Postino di Luis Bacalov e  la Sound of Silence di Paul Simon, pura poesia sonora. Dolcissima Ava’s Dance scritta per la figlioletta di sei anni alle prime esperienze di ballerina, da un padre affettuoso.

L’ultima parte del concerto, dopo una breve pausa, è dedicata al grande Paco De Lucia, con cui di Meola ha inciso parecchio e impressiona vedere come la musica sul palco si muova in perfetta sincronia con le immagini dell’hidalgo Paco che suona sullo schermo, maestro assoluto di flamenco scomparso nel 2014.

Di Meola e i suoi hanno suonato per più di due ore, ma il pubblico non ne ha ancora abbastanza. Inevitabile una richiamata sul palco e un generoso bis, poi tutti a casa con splendida musica nelle orecchie.

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