Un disco di piano solo da Antonio Faraò, musicista milanese (ma è nato a Roma nel 1965) di esperienza e fama internazionale, è uscito con un disco di piano solo di rara bellezza come Kind Of… (Notes Around), progetto lungamente accarezzato e oggi finalizzato.
“In tutti questi anni – racconta – ho fatto molti concerti in giro per il mondo e registrato dischi con tanti musicisti bravissimi, ma non avevo mai avuto l’occasione di incidere un album solo. Che si è presentata con un’ispirazione improvvisa, tirando fuori un progetto che era rimasto nel cassetto da tempo, grazie alla produzione accorta di Frederic Roubiére, registrando tra lo studio di Carlo Cantini e la Francia.
E’ un compendio dei tuoi amori musicali o sbaglio?
Sicuramente nel disco ci sono molte delle atmosfere musicali con cui sono cresciuto e che ho assorbito. E per questo devo ringraziare tantissimo mio padre Domenico, batterista per diletto che mi faceva ascoltare i suoi, di amori, da Gene Krupa a Billie Holiday e via jazzando. Quando senti questa musica in casa, da piccolo, ti nasce poi la voglia di approfondire ed estendere gli orizzonti, come è successo a me. Così sono arrivato a Oscar Peterson, Thelonious Monk, Bill Evans, Herbie Hancock ma anche Miles Davis, John Coltrane e Wayne Shorter che sono le mie influenze fondamentali.
Sessant’anni è anche il tempo giusto per fare il punto della situazione, musicale ed esistenziale.
Credo sia un punto nodale della vita di tutti, anche se la volontà di conoscere e sperimentare mi mantiene giovane, conservo quell’’entusiasmo per la musica che avevo da ventenne e non mi ha mai abbandonato.
Intorno a te ascolti qualcosa che ti piace particolarmente? Hai qualche musicista giovane da indicare al pubblico?
In tutta onestà, non sento particolarmente musicisti che sfruttino a dovere la loro personalità. Anche i giovani mi sembra non abbiano il bagaglio di esperienza che avevamo noi. Ci sono tantissimi bravi musicisti in giro, per carità, ma quello che manca mi sembra sia la profondità della musica. Si mira a diventare famosi su Instagram, ma ci si frequenta poco tra musicisti, si va raramente ad ascoltare gli altri e c’è sempre da imparare da questo.
In Italia, poi, si suona sempre di meno, i locali chiudono e non ne aprono di nuovi, Scimmie e Capolinea a Milano che erano una vera fucina, dove una volta mi era capitato di suonare per caso con Pat Metheny, non ci sono più. E’ un problema che non tocca molto la mia generazione, ma credo finisca per riflettersi anche sulla qualità della musica che possono proporre gli artisti giovani. Da parte mia, cerco con un festival che organizzo a Lainate di coinvolgere musicisti e di far emergere talenti, ma non è facile.

Inizialmente la scelta era di non mettere il disco sulle piattaforme digitali. Hai poi cambiato idea?
Sì volevamo evitare la musica liquida, spesso frammentaria, perché il disco potesse essere ascoltato nella sua interezza. Poi alla fine pubblicheremo qualche brano come singolo, ma resto dell’opinione che per essere capita completamente, un’opera debba essere fruita nella sequenza con cui è stata concepita.
Come sta andando il disco?
Sono soddisfatto del lavoro che abbiamo fatto per Kind of…, siamo riusciti a dargli una dimensione internazionale e finora abbiamo ottenuto solo recensioni eccellenti, l’ultima sul prestigioso Jazz Magazine in Francia.
(le foto sono di Roberto Cifarelli)





