100 Dischi da ascoltare prima di morire

Prima che sia tardi, almeno una volta. Selezione di Paolo Redaelli.

1985

Working Week

Working Nights

Acid jazz ante litteram in un doppio disco ricco di soul, swing e pure jazz poetry. Dagli anni Ottanta a oggi, non fa una piega. Assolutamente impermeabile al tempo che scorre e sempre affascinante.

1985

Prefab Sprout

Steve McQueen

Canzoni levigate e che ti prendono l’anima. Un album di incredibile bellezza, oscillante tra pop, soul e folk. Paddy McAloon genio dei piccoli spostamenti del cuore, poeta di amori perduti e ritrovati, grande concertatore di emozioni che restano

1979

Tubes

Remote Control

La televisione raccontata dai Tubi (catodici) di Fee Waldo Waybill, esperti in parodie di sapore zappiano. Il folle potere che il (tele)comando ha su di noi in un album concept assolutamente da riscoprire, pazzo e saggio, ricco di musica eccitante.

1987

U2

The Joshua Tree

Prima della vergognosa decadenza odierna, un album magnifico con quattro anime impegnate nel produrre grande musica tra ragione e sentimento, orgoglio e pregiudizio. Oggi mi risultano antipatici anche in fotografia.

1979

Pretenders

Pretenders

Pelle nera e sguardo torvo, la banda di Chrissie irrompe sulla scena alla fine del decennio punk con omaggi ai Kinks, brani di alta classifica, sfuriate rock e vibrazioni reggae con maestria e sfrontatezza.

1971

Allman Brothers Band

At Fillmore East

Uno dei migliori dischi dal vivo di tutta la storia del rock. Monumentale, ricco di blues e jazz, rock raffinato ed energia. “In Memory of Elizabeth Reed” è un’esperienza sonora che si deve fare almeno una volta nella vita.

1975

Led Zeppelin

Physical Graffiti

La Summa Theologica del formidabile gruppo. Doppio album senza un pezzo debole tra hard rock, blues, ballate folk, torrido funk, sprazzi prog. Un pozzo di musica meravigliosa a cui attingere.

1974

Lou Reed

Rock and Roll Animal

Ripudiato dall’autore, per me amatissimo. Lou scaraventato in mezzo alla band hard rock di Alice Cooper trasfigura alcuni capolavori velvettiani. Tra duelli di chitarre scintillanti, un Frankenstein strafatto e comunque pieno di energia. Soundtrack di un periodo personale felice e confuso.

1984

Style Council

Cafè Bleu

Da questo café, nell’anno orwelliano escono suoni retro e al passo (spedito) con i tempi: blue eyed soul, folk, bossa, blues, hot jazz e perfino hip hop in miscela tosta, profumata e accattivante. Per cuori solitari in stile mod chic dai mutevoli stati d’animo.

1968

The Beatles

The Beatles

I Beatles in disfacimento, quando non sono ormai più una band, producono un doppio album frutto di quattro personalità differenti e meditazioni indiane. Esperimenti sonori, elegie per cani e scimmie, brani memorabili (“Happiness is a Warm Gun” e “Dear Prudence” su tutti), canzonette psicotiche e un po’destabilizzanti. Ma dentro ci sono i germi di tutto il futuro musicale che verrà, un pozzo inesauribile a cui si attinge ancora oggi. E la chitarra di George il Sottovalutato che piange dolcemente.

1970

The Doors

Absolutely Live

Il Re Lucertola al canto del cigno, in forma e presente, rockstar riluttante e poeta convinto. Ci sono tutti i classici, ma soprattutto la Celebrazione in versione integrale, venti minuti di versi sparsi, follia sonora, invenzioni verbali e musicali mentre la banda tallona il campione in fuga

1979

Blues Brothers

Briefcase Full of Blues

I mitici fratelli Blues entrano in scena portando una valigetta piena anche di r&b e soul, con una band eccezionale, dal vivo e senza trucchi di sorta. Classici rivisitati a dovere, groove e fiati, ritmo, divertimento puro.

1992

Black Crowes

The Southern Harmony and Musical Companion

Un po’ come gli Allman filtrati dai Led Zeppelin e dal punk. Chris Robinson e compagnia sfornano un album di gospel-rock genuino e sincero, affilando le chitarre e attingendo sia alla black music che all’hard rock. Potente e senza cedimenti.

1980

Talking Heads

Remain in Light

Guidati dalla tromba ronzante di Jon Hassell, le Teste Parlanti si addentrano nella giungla del beat africano, selva di ritmo e percussioni, chitarre abrasive e nenie indimenticabili. C’è lo zampino di Eno e si sente. Irrinunciabile, almeno una volta nella vita. Ma anche di più.

1971

The Who

Who’s Next

Disco di scarti, ma che scarti! Lifehouse sarebbe stata la terza opera rock di Townshend in quattro anni, ma uscì solo un secolo dopo. Resta un lavoro di rock epico e non magniloquente, di una bellezza impressionante.