Alanis Morissette: una cantautrice essenziale che ha saputo raggiungere la libertà artistica

Il sorriso di Alanis Morissette meriterebbe di essere riconosciuto patrimonio dell’umanità, insieme ai suoi occhi inconfondibili, la sua voce registrata su un nastro da spedire nello Spazio affinché una qualche forma di vita aliena la possa sentire, ascoltare, fare sua. Colpito da tanta bellezza, a quel punto, il marziano, venusiano, extraterrestre, UFO, potrebbe decidere di graziare il globo terracqueo che chiamiamo Terra, qualora avesse avuto, in precedenza, l’idea di distruggere il pianeta.

La cantautrice canadese, trapiantata in California, da metà anni ’90 in poi, è stata capace di inserirsi, con la forza della sua autenticità, sul solco tracciato da personalità come Joni Mitchell e Carole King, aggiornando una tradizione confessionale consolidata per la generazione più recente, esemplificata da figure artistiche indipendenti come Cat Power e Tori Amos. Così facendo, in equilibrio tra passato, presente e futuro, ha influenzato frotte eterogenee di realtà musicali a venire, da Fiona Apple agli Evanescence, da Florence + The Machine a Olivia Rodrigo.
Alanis Nadine Morrissette nasce il 1° giugno 1974 da mamma Georgia e papà Alan, al Riverside Hospital di Ottawa (Ontario), capitale canadese. Insieme a lei viene alla luce un gemello, Wade, così, insieme al maggiore, Chad, i coniugi hanno tre bambini, che crescono in armonia, in un clima famigliare rassicurante.
Già da piccola, Alanis sviluppa promettenti doti canore, ma vuole fare tante cose – l’attrice, l’insegnante, la ballerina, e altro ancora. Su tutto vince la musica – lo slancio in questa direzione è forte. Inizia cantando in chiesa, e nel documentario sui suoi albori, Jagged del 2021, prodotto dalla HBO, parlerà proprio di come un giorno una signora le si sia avvicinata, alla fine di un brano liturgico, e le abbia detto, “Hai una voce stupenda!”, facendole, a conti fatti, da decisivo sprone per il futuro.
A nove anni, Alanis scrive la sua prima canzone, Fate Stay with Me, pubblicata in un 12 pollici autoprodotto, e pochi mesi a seguire è in tv, in un programma per bambini, You Can’t Do That on Television. Lei e Wade vengono selezionati e saranno protagonisti di una stagione dello show. La giovanissima artista attira una certa attenzione su di sé e viene invitata a cantare per l’apertura dei campionati mondiali di pattinaggio sul ghiaccio del 1988. Appena quattordicenne, si ritroverà, di lì a poco, catapultata a New York, dove viene iscritta a un talent, dal quale viene presto eliminata.

Nel settembre del 1990 le viene data la possibilità concreta di realizzare un disco. È l’occasione che aspetta da tempo, dal momento che sta vivendo un periodo di grande fermento, e l’accompagna, ovunque lei vada, il suo sorriso fiducioso ma umile. I lavoratori del settore, che già la conoscono, hanno temporeggiato prima di farle fare il grande passo, in quanto l’avevano ritenuta troppo giovane.
Con la gioia di una prospettiva più ampia a livello professionale e di coronamento del suo sogno arriva anche il trauma: con la pubertà il suo fisico cambia e non secondo le aspettative del business, che la vuole confezionare come un prodotto di consumo, una ragazza perfettamente in forma. Le proibizioni sul cibo e le costanti critiche al suo aspetto portano all’insorgere di disturbi alimentari che, malauguratamente, le saranno scomodi compagni per la vita.
Nel dicembre del 1990 le registrazioni si concludono, e il 16 aprile 1991, per il mercato canadese, esce l’esordio omonimo, Alanis: dieci canzoni per quaranta minuti all’insegna del dance-pop adolescenziale. La voce è già spiccata, ma i contenuti risultano ancora piuttosto blandi. Minorenne in un mondo di squali, la Morissette non ha quasi la benché minima libertà di espressione, ma viene seguita passo passo da “professionisti” che la indirizzano come e dove vogliono, specialmente Leslie Howe, coautore di tutti i brani. I quattro singoli estratti dall’album sono lontani dalla soddisfazione di un’artista compiuta o comunque padrona delle proprie scelte. Il successo, embrionale, arriva con premi di circostanza, che la affermano promessa del pop.
Di nuovo Howe, in studio, la supervisiona dal gennaio al maggio 1992, e a ottobre nei negozi canadesi compare Now Is the Time, disco dominato dalle ballate, con testi più personali ma un controllo creativo pur sempre limitato. L’album vende poco più della metà delle copie rispetto all’esordio e la MCA Records Canada compie la scelta più facile: licenzia la Morissette rescindendole il contratto, e lasciandola, così, senza punti di riferimento.

Nel 1993 la ragazza si diploma e, di conseguenza, si trasferisce da Ottawa a Toronto. Rimane poco nella nuova città, però, perché di spiragli non sembrano essercene, le occasioni vanno cercate. Dopo pochi mesi vola negli Stati Uniti, stabilendosi a Los Angeles, la “città delle luci”. Lì incontra il produttore, paroliere e musicista Glen Ballard, che muterà il corso degli eventi in una chiave decisiva, permettendo la svolta che la aspettava da sempre. Ballard è la prima persona che dà completa fiducia non ad Alanis, non alla Morissette, ma ad Alanis Morissette.
Si realizza un sogno, le vengono aperte le porte delle possibili nuove frontiere della canzone pop e d’autore. Una ragazza appena ventenne realizza qualcosa di unico nel panorama musicale, forse senza saperlo, forse sapendolo ma non indulgendo troppo in qualsivoglia convinzione. Sta di fatto che a Los Angeles, tra il 1994 e il 1995, si fa la Storia. Si dà forma a un album epocale – Jagged Little Pill (in italiano, “pillolina frastagliata”) – non solo per il proprio tempo, ma per il corso della musica a venire.
L’8 marzo 1994 è il giorno della primissima sessione fermata su disco. Da lì fino all’aprile dell’anno successivo, 1995, poco più di una decina di sedute di registrazione. Bastano quelle, perché ogni volta la coppia artistica Morissette-Ballard possa comporre almeno un brano che andrà poi a costituire il risultato finale. Ad ogni sessione, le canzoni scritte trovano subito, nella stessa giornata, forma concreta come demo. Il processo creativo è veloce, urgente, non si fanno prigionieri. Eppure, sia a una visione superficiale sia a un’indagine più profonda, risulta evidente come la produzione dell’album che verrà non prende pochi giorni o un mese, come succede talvolta nel settore discografico: ci vuole un anno, ma dietro l’alacre lavoro delle parti coinvolte non c’è eccessivo perfezionismo, né costanti rinvii a data da destinarsi.
Ballard suona chitarre e tastiere, e programma le drum machine, mentre la giovane cantautrice ci dà dentro con l’armonica. Per completare alcuni pezzi, si integrano altri musicisti, che vanno così ad ampliare l’assetto di partenza, ridotto in quantità (due teste) ma non in qualità. In studio entrano Dave Navarro e Flea, chitarra e basso dei Red Hot Chili Peppers, Benmont Tench all’organo, Matt Laug alla batteria, e altri. Le sovraincisioni necessarie in post-produzione sono poche: quasi tutto quello che si sentirà su CD è in presa diretta. Ballard dichiarerà: “Nonostante ci fosse spazio per discutere di cosa volesse fare, quello che non voleva fare le era chiarissimo, ovvero creare qualcosa che non le venisse dal cuore o che non fosse autentico”.

L’album, pubblicato il 13 giugno 1995, sulla breve distanza ottiene una risonanza che non ha precedenti, sorprendente per l’artista, ma con il beneficio del tempo diverrà anche, e addirittura, uno dei più grandi best-seller nel mercato discografico. Ad oggi, 2023, si trova nella classifica generale dei dischi più venduti di sempre a livello mondiale, tra le prime 15 posizioni, sopra a qualsiasi vetta commerciale dei Beatles, degli Abba, di Madonna.
Le vendite e la notorietà porteranno con sé lodi e critiche, complimenti e strali. Il fango buttato addosso alla giovane rivelazione del 1995 proviene da certa critica musicale, che arriva a presumere che la cantautrice sia un pupazzo costruito a tavolino. Si fa leva, in particolare, sul cambio repentino di stile riscontrato in Jagged Little Pill rispetto al passato recente. Come dichiarerà pubblicamente la stessa Alanis Morissette in più occasioni, in realtà un successo di quell’entità non era stato frutto di premeditazione. Chi vede la buona fede dietro l’album e dietro le dichiarazioni dell’artista ne deduce che abbia semplicemente trovato la sua vera dimensione, dopo anni di sottomissione alle logiche di gatti e volpi di collodiana memoria.
La cantante non fa in tempo a guardare il mondo dalla copertina multicolore del suo nuovo orgoglio, che, già una settimana dopo la pubblicazione di Jagged Little Pill, si ritrova sul palco per la prima data del tour dedicato. Non è nuova a un tale contesto: dei piccoli locali aveva già respirato l’aria per anni, soprattutto nella sua terra natia. Non è un caso se la tappa scelta per aprire il giro del globo sia Montreal, in Canada, il 21 giugno 1995.
Il Jagged Little Tour toccherà, in quattro mesi e mezzo, Nord America, Asia ed Europa, con una sosta italiana allo Shocking Club di Milano a ottobre. Il 25 del mese, qualche giorno prima che la nuova stella dell’alternative rock parta per il Giappone, si dà alle stampe, per il mercato locale, l’EP Space Cakes, con sei brani (in acustico) dalle sessioni di Jagged Little Pill.

Lanciate le sue “torte spaziali” nella terra del Sol Levante, Alanis Morissette si affaccia sul nuovo anno con positività, benché si ritrovi catapultata a uno status totalmente nuovo. Il 3 gennaio 1996 inizia la seconda parte del tour promozionale per l’album. Gli viene dato il nome di Intellectual Intercourse (“rapporto intellettuale”), da un’espressione adottata in All I Really Want (brano con cui si apre Jagged Little Pill).
Ne segue un’ulteriore sequenza di concerti, molto più lunga, denominata Can’t Not (titolo di un outtake di studio). In un anno (fino al 14 dicembre), l’artista colleziona quasi duecento esibizioni, a fronte del centinaio totalizzato l’annata precedente, passando anche per l’Oceania e per il Sud America. Una testimonianza del tour mondiale approda nel mercato homevideo il 1° luglio 1997: Jagged Little Pill, Live, in VHS e DVD.
Per tutta la durata del tour con le sue rispettive legs, la band è formata dal bassista Chris Chaney, i chitarristi Nick Lashley e Jesse Tobias (anch’egli passato per i Red Hot Chili Peppers), e dal batterista Taylor Hawkins, che sarà più tardi famoso con i Foo Fighters. L’affiatamento è grande e non si scade nello sterile professionismo, ogni strumentista aggiunge nuova linfa ai brani precostituiti in sala di incisione.
Il 28 febbraio 1996, Alanis Morissette trionfa ai Grammy Awards, con quattro premi su sei nomination: Jagged Little Pill album dell’anno e miglior album rock, You Oughta Know miglior interpretazione vocale femminile e miglior canzone rock. Tra i colleghi che si vedono sfilare i suddetti premi ci sono Mariah Carey, Michael Jackson, Joan Osborne, i Pearl Jam, i Nine Inch Nails, gli U2, Neil Young e soprattutto Bob Dylan, grande e dichiarata fonte di ispirazione per lei. Il febbraio 1996 partecipa anche come ospite al Festival di Sanremo, presentando proprio You Oughta Know al pubblico italiano.

Assolti gli impegni performativi, in una scena alternativa equamente declinata al mainstream, sceglie di volare immediatamente in India, Paese nel quale resterà sei settimane e che lascerà un marchio indelebile dentro di lei, come nessun altro posto o nessun’altra suggestione, ante e post. Comincia a praticare yoga, e durante il suo viaggio condivide i propri spazi con sua madre, due zie e due amici.
Tornata negli Stati Uniti, collabora con Ringo Starr e con la Dave Matthews Band, prestando la sua voce ad alcuni loro singoli. In questo periodo, riceve la prima commissione per la scrittura di un pezzo che faccia da colonna sonora a un film. Si tratta di City of Angels (nei cinema nell’aprile 1998), remake in salsa USA de Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, con Meg Ryan e Nicolas Cage. La canzone che Alanis Morissette compone è Uninvited, un suo cavallo di battaglia nei live, destinato a conquistare l’etere, diventando un classico radiofonico.
Il 1997 è un anno povero di concerti, ma ognuno di questi è importante a livello simbolico e a livello fattuale, essendo performances con un risvolto sociale. A giugno, in un grande stadio si svolge un evento musicale dedicato al Tibet, e l’artista canadese, rinata in terra indiana, vi partecipa. In ottobre, figura tra tanti illustri musicisti – tra cui Metallica, Lou Reed e Smashing Pumpkins – nel programma del Bridge School Benefit, spettacolo annuale a scopo benefico ideato anni prima da Neil Young e dalla moglie Pegi, e volto alla raccolta di fondi per i bambini autistici.
Negli stessi mesi Alanis Morissette è in studio, occupata a registrare materiale per un nuovo album che incanali tutti i possibili spunti, passati, presenti e futuribili. Non ci sono più Flea e Navarro, ma si riconfermano dei turnisti noti, come l’organista Benmont Tench e il chitarrista Joel Shearer. La cantautrice non è più l’adolescente asservita alle leggi del business; non è più nemmeno la ventenne che parte per Los Angeles in cerca di fortuna, senza certezze ma con parecchia determinazione. In questo punto del percorso, incarna, piuttosto, una versione di sé più matura, divisa tra il jet set e la meditazione, consapevole delle luci dei riflettori ma anche del sole d’Oriente.

Il 3 novembre 1998 finalmente torna nei negozi di tutto il mondo con Supposed Former Infatuation Junkie (qualcosa come “dipendente da una vecchia presunta infatuazione”), di nuovo co-scritto e prodotto dal fidato Ballard. Vittima della grandezza del precedente album, con un peso enorme addosso in partenza, il nuovo lavoro non incassa molto, accolto, com’è, da scetticismo e critiche di una certa frangia della stampa. Persino una parte del seguito della star si dissocia, per quello che si ritiene, a ragione o a torto, mero sfoggio di verbosità (i testi si fanno più personali e articolati). A ciò si aggiunge il minutaggio ancora più consistente: la scaletta è formata da diciassette titoli, alcuni dei quali suonano come riempitivi.
L’influenza dell’India è palese tanto negli arrangiamenti, con le diverse parti orchestrali ricreanti atmosfere orientaleggianti, quanto nei testi. I singoli sono sufficientemente accattivanti da non essere considerati meri calchi di qualcosa di preesistente. Uno di questi, Thank U, parte da una semplice sequenza di note al piano e rappresenta un must nel percorso artistico di Alanis Morissette: un invito al “less is more”, un ringraziamento cosmico a tutte quelle fonti di benessere e di crescita da lei riconosciute fondamentali, specialmente il silenzio. Il video, quasi più iconico della canzone, mostra la cantante completamente nuda, coperta solo dai suoi lunghi capelli e da un quadrato in corrispondenza delle parti intime. L’ambientazione, New York, alterna spazi aperti (strade) e chiusi (un vagone della metropolitana e un supermercato).
Prima del “Junkie Tour” – anzi, ancora prima dell’uscita del disco –, nell’ottobre 1998 la performer fa un piccolo giro di date nordamericane in quattordici grandi “venue”. Viene pubblicizzato con l’emblematico nome di Dhanyavad Tour (“Dhanyavad” in sanscrito significa “Grazie!”). A seguito di diverse comparsate televisive per promuovere Supposed Former Infatuation Junkie, Alanis Morissette si lancia nella tournée effettiva: più di cento date, per chiudere il millennio, che toccano tutti i continenti abitati (tra le sue ultime tappe il Sud Africa, per tre serate, e non rimane esclusa dall’itinerario nemmeno la Nuova Zelanda). Una vera e propria mattatrice, che non si ferma più, che ha energia da vendere, sempre tante domande, come traspare dalle canzoni, ma un’infinita voglia di dare e ricevere.
Il 1999 può essere considerato l’apice della fortuna mediatica e dell’ispirazione di un’artista ormai sul tetto del mondo. Il 18 settembre, la musicista si esibisce in acustico alla Brooklyn Academy of Music, NYC, entrando nel novero dei performer “Unplugged” (accanto all’onnipresente Bob Dylan, ai R.E.M., ma soprattutto ai Nirvana). Lo show viene registrato e pubblicato ufficialmente. Esce così il primo album live della cantautrice, con una copertina che ricalca quella di Supposed. Ma l’evento più significativo ha luogo il 24 luglio, a Woodstock ’99, remake che disgraziatamente passerà ai disonori della cronaca, oltre che per la cattiva organizzazione, per l’alto tasso di violenza tra il pubblico. Un’ora, dodici canzoni, Alanis Morissette governa un oceano umano con tutta l’energia e il carisma possibili, invitando, contemporaneamente, all’ordine.

Il nuovo millennio per l’artista rappresenta un’occasione per approfondire determinati aspetti di una ricerca sia esistenziale che creativa. Inversamente proporzionale a un simile perfezionamento sono lo status di superstar e la qualità della proposta musicale, che vanno decrescendo. I testi si fanno sempre più intimisti e particolareggiati, ma ne risente la parte sonora, che non suona fresca come in Jagged e Supposed.
I lavori pubblicati a partire dal 2002 presentano tratti di sperimentazione o di novità piuttosto blandi, benché le hit non manchino di emozionare, avendo un certo mordente. La cantautrice insiste su una personale idea di Oriente, attraverso melodie che, tuttavia, danno l’idea di già sentito. Il primo capitolo del nuovo decennio ha il titolo di Under Rug Swept (in italiano, “nascosto sotto il tappeto”, “insabbiato“). Escono, nell’arco di sei mesi, due singoli, Hands Clean (gennaio 2002) e Precious Illusions (maggio 2002), che assurgono meritatamente al rango di classici. Il resto dei brani in scaletta ha più che una parvenza di stanchezza. L’ispirazione sembra poca, i ritornelli abbozzano, ognuno, una melodia appena accattivante. Tuttavia, si tratta ancora di materiale apprezzabile.
Già dalla fatica successiva, So-Called Chaos (“cosiddetto caos”, 2004), la crisi creativa che si presagiva si tramuta in certezza. Il numero di singoli è limitato a tre, e a conti fatti va bene così. Il pezzo migliore del lotto, quasi beffardamente, è l’ultimo: Everything, con un iconico e toccante videoclip in cui l’allora trentenne, mentre cammina in mezzo a una strada asfaltata, si fa tagliare due lunghe ciocche di capelli da un passante (la chioma che si vede in realtà è una parrucca, perché la cantante aveva già adottato un taglio corto). Il 13 giugno 2005 l’album della maturazione e consacrazione, Jagged Little Pill, compie i primi dieci anni e Alanis Morissette lo ripubblica in versione interamente acustica. L’etica del “less is more” è vincente.
Dal 1999 al 2005 la musicista si fa notare in un contesto diverso dal proprio, spendendosi in alcuni ruoli cinematografici in commedie e pellicole leggere. La sua parte di attrice in Dogma (1999), il lavoro più ambizioso del regista Kevin Smith, fa discutere, così come la trama in generale. Senza entrare nei dettagli dell’intreccio, la parte assunta dalla cantante è quella dell’essere supremamente concepibile: Dio. Nel cast figurano come protagonisti Ben Affleck, Matt Damon e Alan Rickman, tutti e tre con una presenza maggiore nella storia, ma la breve interpretazione, dissacrante e naif, della “diva antidiva” fa apparire tutto il resto come secondario. Nel 2000 fa una comparsata in un episodio della serie televisiva Sex and the City, quattro anni dopo in American Dreams.

Il 2006 è il primo anno senza alcuna performance dal vivo, eccetto un’ospitata, in gennaio, al Tonight Show di Jay Leno. Qui propone al pubblico Wunderkind, composizione commissionata per la colonna sonora del primo capitolo della saga de Le cronache di Narnia, dell’anno precedente.
Tra il 2007 e il 2008 si dedica alla stesura di inediti per un nuovo disco, Flavors of Entanglement, che esce il 30 maggio in Germania e in Italia, il 2 giugno internazionalmente. Il sound è maggiormente tendente a un elettropop di impatto, pur aprendosi con prevedibili note orientaleggianti. Il primo singolo, Underneath, è motivo di soddisfazione commerciale, abbinato a un curioso video dove la si vede all’interno di un cuore adibito prima a cucina, poi a stanza da letto. Un leggero passo avanti rispetto a So-Called Chaos, l’album non si può comunque dire propriamente riuscito. Ad aprile 2010, viene diffuso il brano I Remain, scritto per la soundtrack di Prince of Persia: Le sabbie del tempo.
Il 25 dicembre 2010 è probabilmente il Natale più importante nella vita di Alanis Morissette: viene alla luce il primo figlio, a cui dà nome Ever Imre. Instillato di spiritualità e di afflato materno, Havoc and Bright Lights (“scompiglio e luci chiare”, 2012) segue a un periodo traumatico per la cantautrice, che sperimenta per la prima volta la depressione post-partum. Le atmosfere del nuovo lavoro sono più rilassate, in direzione di un tipo di canzone meditativo e domestico. Guardian, Lens e Receive sono tre esempi del nuovo corso, benché sussistano parti di chitarra elettrica. Complessivamente Havoc and Bright Lights è assimilabile a So-Called Chaos, senza nulla togliere al concept particolarmente sentito. Nel 2015, Jagged Little Pill compie vent’anni e il giusto coronamento avviene con l’edizione 4 CD per collezionisti.
I concerti si fanno sempre più rari, e nel 2016 nulli. La stella del cantautorato alternativo è madre per la seconda volta a giugno: stavolta è una bambina, Onyx Solace. Nel 2018 arriva il terzo e ultimo figlio, Winter. A questi gioiosi eventi segue, entrambe le volte, un rinnovato periodo di sconvolgimento, che le fa però da spunto per scrivere canzoni, incluse vere e proprie odi ai figli, intonate con toccante convinzione. Queste finiranno nell’album migliore dell’artista in vent’anni: Such Pretty Forks in the Road (luglio 2020). I due anni precedenti erano stati all’insegna dei concerti: il ritorno di una Alanis Morissette in grande spolvero, diversa dalla ragazza di Jagged Little Pill, così come da quella di Under Rug Swept, entusiasma quattro continenti.

Con la sua ultima uscita discografica, la raccolta di digressioni new age The Storm Before the Calm (17 giugno 2022), pregevole esempio di meditazione sonora, un’artista straordinaria lascia ad oggi in sospeso una carriera fatta di alti e bassi, ma coerente come percorso umano, esistenziale, espressivo. Con un manifesto epocale edito in tre versioni diverse (1995, 2005, 2015), e portato a Broadway nel 2018, in una trasposizione teatrale fortemente voluta, con circa 1300 live tenuti nell’arco di un’esperienza pluri-trentennale, con la sua inesauribile e straripante voglia di determinare e determinarsi, di dire e di fare, di creare e condividere, Alanis Nadine Morissette è una musicista da (ri)scoprire, perché sempre incredibilmente vera nelle sue confessioni e sconfessioni. Una cantautrice essenziale, che ha saputo elevare la propria voce fino alla libertà artistica.

Ascolti

  • Jagged Little Pill (1995)
  • Supposed Former Infatuation Junkie (1998)
  • Under Rug Swept (2002)
  • Such Pretty Forks in the Road (2020)
  • The Storm Before the Calm (2022)


Parole

  • Paul Cantin, Alanis Morissette: A Biography (St. Martin’s Press, 1998)
  • Jack Starling, Alanis Morissette. La sua storia, le sue canzoni (Arcana, 1999)
  • Manuela Galli; Tom Rowland, Alanis Morissette … una canadese a Los Angeles (Lo Vecchio, 2006)


Visioni

  • Dogma (Kevin Smith, 1999)
  • Jagged (Alison Klayman, 2021)

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