Debbie Harry, da regina del pop wave ad artista consapevole ed eclettica

Debbie Harry sarà sempre nell’immaginario collettivo la bionda atomica tascabile dei Blondie, gruppo che mischiando punk, pop e new wave si conquistò un posto al sole nell’effervescente New York tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta. Pensata da molti come bambola da mettere in mostra (tipo Marylin Monroe che, come lei, non lo era affatto), è in realtà un’artista consapevole, intelligente ed eclettica, capace di arrivare fino ad oggi nella sua lunga carriera, amministrandosi nel tempo con saggezza.

Deborah Ann Harry è nata a Miami (Florida) il 1 luglio 1945. In realtà si chiamava Angela Trimble, ma fu abbandonata alla nascita dai genitori ed adottata dai coniugi Richard e Caterine Harry, da cui prese il nuovo nome e con i quali si trasferì in New Jersey, ad Hawtorn. Qui si diploma all’high school nel 1963, viene eletta reginetta di bellezza e nel 1965 si laurea al Centenary College di Hackettstown. Conterranea (e più anziana) di Bruce Springsteen e Southside Johnny che in quegli anni muovono i primi passi.

Non è però destinata alla vita che attende solitamente le giovani americane post laureate,: marito, casa e figli. A vent’anni comincia a frequentare la scena artistica di New York e intanto si mantiene barcamenandosi come estetista, modella occasionale e cameriera al Playboy Club, alla Bourbon Tavern e soprattutto al leggendario Max’s Kansas City dove si esibiscono band come i Velvet Underground e gli Stooges. Riesce a entrare in un gruppo chiamato Wind in the Willows, con cui incide nel 1968 un album omonimo come corista e percussionista.

Ma è con la band The Stilettos che si fa notare, in esibizioni tra rock e cabaret, cantando brani come Dracula What Did You to My Mother? in abiti succinti e croci verdi che anticipano l’estetica punk. La nota anche Chris Stein che entra negli Stilettos e diventa suo compagno. Insieme fuggono dal gruppo nel 1974 per fondare i Blondie.

In quegli anni lei appare su riviste come Punk Magazine e fotoromanzi off insieme a Joey Ramone e Lester Bangs. I Blondie cominciano ad esibirsi al CBGB, altro storico locale di NY che ha tenuto a battesimo tutti i gruppi più importanti della scena locale, dai Ramones ai Talking Heads.

Si cimenta anche come attrice, comparendo in The Blank Generation, documentario sul punk del 1976 di Ivan Kral e Amos Poe, in un paio di film underground e da protagonista infine in Union City di Marcus Reichert (1979). Con i Blondie partecipa al film Roadie (1980) di Alan Rudolph in cui canta una versione infuocata di Ring of Fire di Johnny Cash.

Da attrice, ha sempre rifiutato ruoli da bambola, preferendo quelli da madre incestuosa, strega, casalinga razzista, aliena. In più di un’intervista dichiarò che la sua interprete preferita era Anna Magnani.

Tra i suoi film si ricordano Videodrome (1983) di David Cronenberg, Hairspray (1988) di John Waters negli anni Ottanta, I delitti del gatto nero (1990) di John Harrison, Dolly’s Restaurant (1995) di James Mangold e Six Ways to Sunday (1997) di Adam Bernstein negli anni Novanta. Ha recitato anche in Try Seventeen di Jeffrey Porter nel 2002 e La mia vita senza me di Isabel Coixet nel 2003.

Ma torniamo a quel 1979. Debbie, biondissima, labbra rosse, non molto alta ma dal fisico ben proporzionato, diventa presto un’icona del punk che si va trasformando in new wave. Lega il suo nome ad artisti di valore come lo stilista Stephen Sprouse o Andy Warhol che le dedica nel 1980 uno dei suoi celebri Portraits e nel 1986 lavora con lei ai suoi ritratti computerizzati. Hans Ruedi Giger realizza la copertina del suo album solo Koo Koo (1981), lo scrittore William Gibson la cita per il suo ruolo in Videodrome nel libro Luce virtuale (1993) e scriverà per lei la canzone Dog Star Girl.

Con i Blondie, la Harry raggiunge rapidamente il successo mondiale, con album come Autoamerican in cui esplora anche la disco music e la nascente cultura hip-hop (Rapture), partecipa al Muppet Show cantando One Way Or Another e Call Me (prodotta da Giorgio Moroder) duettando con Kermit dei Muppets in Rainbow Connection. E’ ormai una star a tutti gli effetti e il mondo impazzisce per lei. Per una ditta di jeans gira uno spot con musiche di John Lurie dei Lounge Lizards.

I suoi cinque album solo (dal 1981 al 2007) di stile più pop però non sfondano come quelli dei Blondie. Koo Koo è orientato verso la musica afroamericana e prodotto da Nile Rodgers e Bernie Edwards degli Chic, sulla copertina H.R. Giger disegna il suo volto trafitto da spilloni. In Inghilterra viene censurato, ma lei riesce comunque a raggiungere i top ten in classifica grazie a questo inaspettato battage pubblicitario.

Nel 1981 firma la colonna sonora di Polyester di John Waters e partecipa con Jean Michael Basquiat al film New York Beat Movie. Nel 1982 recita in Videodrome, il suo ruolo più famoso.

Ma la malasorte è in agguato. Poco dopo l’uscita di The Hunter dei Blondie, Chris Stein contrae una grave forma di malattia autoimmune e per assisterlo e stargli vicino, lei abbandona le scene per quasi quattro anni. Poi Stein si riprenderà, ma la convalescenza sarà lenta e graduale. Si narra che la Harry dormì per diverso tempo in una sdraio a fianco del suo partner ricoverato in ospedale.

Nel 1983 partecipa con Andy Kaufman alla piéce teatrale Teaneck Tanzi. The Venus Flytrap per un solo show a Broadway. Durante il ricovero del compagno fa uscire i 45 giri Rush Rush (1983) per la colonna sonora di Scarface e Feel the Spin per il soundtrack di Krush Groove (1985)

Insieme ad Andy Warhol lavora poi ai ritratti elettronici con il computer Commodore Amiga, durante la convalescenza di Stein. Quando questi si riprende, nel 1986, i due pubblicano Rockbird, album che contiene French Kissing in the Usa che la riporta nella top ten in Inghilterra. Lavora anche nel film Forever Lulu con Hanna Schigulla e Alec Baldwin. Nel 1987, quando muore Andy Warhol ed escono i sui Diari, lui scrive che se si fosse rivolto alla chirurgia estetica, avrebbe voluto avere i lineamenti di Debbie.

Sempre nell’87 partecipa con Liar Liar alla colonna sonora di Married To The Mob, commedia sulla mafia con Michelle Pfeiffer, recita in Hairspray e nell’89 ripropone le sonorità dei Blondie in Def Dumb and Blonde, prodotto da Mike Chapman. E’ ormai finita, però, la sua lunga relazione con Stein.

Inizia gli anni novanta duettando con Iggy Pop in Well Did You Evah, nell’album Red Hot & Blue con le canzoni di Cole Porter. Ormai ritornata a firmarsi Deborah Harry nell’età adulta, pubblica Debravation insieme ad Ann Dudley degli Art Of Noise e al produttore hip hop Arthur Baker, collabora con The Jazz Passengers, con cui pubblica due album (Individually Twisted, 1996 e Live in Spain,1998) e Los Fabulosos Cadillacs, gruppo ska-jazz argentino (Rey Azucar, 1995).

A metà del decennio, in Gran Bretagna c’è una riscoperta dei Blondie e sono molti i gruppi che dichiarano di ispirarsi a loro: Elastica, The Cardigans, Garbage e No Doubt. Lei però è già orientata verso altro, omaggia il Cinema Italiano (titolo dell’album) con due brani da Il Postino e Amarcord, lavora con Andy Summers, Joss Stone, Perry Farrell e Moby. Nel 2004 riprende il sodalizio con Giorgio Moroder nell’album The Curse of Blonde dove spicca il singolo Good Boys. Nel 2006 entra con i Blondie nella Rock and Roll Hall of Fame, poi canta con Nick Cave e Franz Ferdinand, Etienne Daho e Kate Pierson dei B52’s.

Ormai, gli anni passano e ha oltrepassato i settanta, è considerata con rispetto da molti artisti ed è sempre in prima linea quando si tratta di difendere i diritti umani. Partecipa a True Colors organizzato da Cindy Lauper e a Wigstock per i diritti degli omosessuali: già negli anni Settanta aveva dichiarato che “solo le donne e i gay hanno qualcosa da dire nel mondo del rock”. Nel 2016 ha cantato Starman per il tributo a David Bowie alla Carnegie Hall di New York.

Donna libera, disinibita ma consapevole, ha indicato una strada percorsa da molte rriot girls, sostiene attivamente l’ambiente a fianco di Greenpeace e con iniziative come Rainforest Fund Benefit insieme a Sting e Lady Gaga, ha scritto un brano intitolato Pollinator sulla sopravvivenza necessaria delle api. Indossa spesso un mantello con la scritta “Stop fucking planet” e abiti realizzati con materiali riciclati. E ha rifiutato di esibirsi con i Blondie ai Giochi Olimpici Invernali di Sochi in Russia del 20i4 per le discriminazioni contro gli omosessuali.

Bionda e modella, artista e indossatrice ma anche, non da oggi, pronta a lottare come Chrissie Hynde e altre donne del rock per i diritti umani e per l’ambiente.

ascolti

  • Blondie – Parallel Lines (1978)
  • Blondie – Eat to The Beat (1979)
  • Blondie- Autoamerican (1980)
  • Debbie Harry – Koo Koo (1982)
  • Deborah Harry – Rockbird (1986)
  • Deborah Harry – Debravation (1993)
  • Jazz Passengers – Live in Spain (1998)

immagini

  • Videodrome (1980) di David Cronenberg
  • Hairspray (1994) di John Waters
  • I delitti del gatto nero (1990) di John Harrison
  • La mia vita senza me (2003) di Isabel Coixet

parole

  • Debbie Harry, Chris Stein, Victor Bokris – Making Tracks (1982)
  • Deborah Harry – Face it (2019)
  • William Gibson – Luce Virtuale (1993)

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