Rory Gallagher, la chitarra infuocata del blues bianco è irlandese

Ho conosciuto la musica di Rory Gallagher all’incirca quarant’anni fa. Erano tempi in cui, affamato di rock, acquistavo almeno cinque/sei long playing al mese. Un giorno mi capitò tra le mani Live In Europe!, un disco dal vivo dell’irlandese risalente al 1972. 

Mi colpì la cover con lui ritratto mentre suona la sua mitica Stratocaster. Pensai “Questo deve essere forte…” e lo acquistai a scatola chiusa. A casa, mi ricordo, ascoltai quel platter per giorni interi, strabiliato dalla potenza di pezzi come Messin’ with the Kid o In Your Town; il mio preferito era, lo è tuttora, I Could’ve Had Religion, blues tradizionale di rara bellezza compositiva.

Divenni un suo fan e ho sofferto molto quando il 14 giugno del 1995 morì a Londra, ancora così giovane. Nel periodo in cui ho cominciato a maturare l’idea di scrivere saggi musicali, pensai subito a un libro su di lui che, peraltro, mancava in Italia. Così mi gettai a capofitto sulla sua biografia. Ho avuto la fortuna di conoscere sui social network numerosissimi fan, soprattutto nella provincia di Bergamo, che mi hanno dato una bella mano a far uscire il libro, nel 2017. Ha venduto oltre 1200 copie, ogni oltre previsione.

Di Rory si parla sempre troppo poco, eppure poteva entrare nei Rolling Stones, godeva della stima di grandi artisti come Jimi Hendrix, Eric Clapton e Bob Dylan ed è stato mentore di fior fiore di chitarristi quali Brian May e The Edge (U2). 

Gallagher è un artista essenzialmente live ed è in quella dimensione che va ascoltato. Del resto sul palco dava tutto se stesso, era una vera forza della natura ma anche un musicista delicato nel rispetto della tradizione. 

I suoi show sono stati memorabili a tal punto da marchiare a fuoco l’anima della gente. Tutti ricordano i concerti di Rory come eventi unici, impossibili da dimenticare per intensità e livello di adrenalina. E’stato anche in Italia nel 1972, poi nel 1982 e ancora nel 1984 e nel 1994 a Pistoia Blues, lasciando tracce indelebili in coloro che erano presenti a quei live.

Pochi hanno saputo coniugare blues e rock con la stessa maestria, l’orgoglio e la frustrazione del popolo irlandese hanno trovato un degno interprete nel suo eroe nato a Ballyshannon il 2 marzo del 1948 e vissuto a Cork, città che hanno saputo dedicargli vie e piazze con grande spirito di riconoscenza. 

Per approfondire la figura di questo straordinario chitarrista consiglio vivamente anche On The Boards (1970), secondo e ultimo album realizzato con i Taste, la sua  prima formazione di successo, che racchiude venature progressive, allontanandolo un po’ dal blues ma con risultati molto interessanti.

 

Fabio Rossi 
www.rorygallagher.com

 

Ascolti
Taste – On The Boards (1970)
Live in Europe! (1972)
Irish Tour (1974)
Stage Struck (1980)

Visioni
Ghost Blues, di Ian Thuillier (Usa, 2010)

Parole
Fabio Rossi – Rory Gallagher (2017)

 

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