“Murder Most Foul” e quello che Bob Dylan ha detto a noi

Musicisti, scrittori, giornalisti e semplici appassionati. Sono in tanti ad essere colpiti dall’ultimo brano di Bob Dylan. Ecco le loro reazioni a Murder Most Foul.

Fabio Treves, bluesman: “Ancora una volta la sua voce è uscita dal coro delle ovvietà, se ne merita anche più di uno di Nobel, pure quello della pace. Così come stupì a Newport quando si presentò con i miei amici della Paul Butterfield Blues Band. Quanti racconti mi fece il caro Mike Bloomfield su quella memorabile esibizione!
Bob, anche se non è inserito nella grande enciclopedia del blues, per me lo è sempre stato: un uomo di blues. Per la sua passione, per il suo rispetto, per aver abbracciato i valori del blues. E quando in questo brano cita i grandi cantori della “musica fonte” riafferma qualcosa che già conosciamo tutti, dal blues è nata quasi tutta la musica moderna. Un super complimento per il lavoro che avete fatto”.

Gian Pieretti, cantautore: “Un pezzo che dura quasi diciassette minuti sull’assassinio di Kennedy. Sono cose che può fare solo lui. Grande Bob, ma il nostro mercato è molto meno interessato, lo dimostra la scarsità musicale che viene proposta. Uno spaccato di verità, nel suo stile”.

“Questa canzone è un capolavoro. E’ la storia raccontata da una stazione radio. Tu sei qui e sei anche là. La voce di Bob è trascendente mentre ce la narra nel modo di cui solo lui è capace”
Neil Young

Armenia Rossi, appassionata: “Riesce sempre a far sentire la sua voce di testimone e insieme anticipatore dei tempi. E come sempre sorprende e spiazza, sia per tematiche sia per stile narrativo. Con la sua voce roca e graffiante, con questa sorta di poema e insieme di nenia, sembra quasi voler rimarcare la sua presenza in questo frangente così triste e buio per l’umanità. E lui c’è, è con noi, testimone del nostro tempo come lo era a Dallas nel ‘63, quando il sogno americano, o quel che credevamo tale, si è bruscamente interrotto e non per fato ma per una precisa volontà.
Una sorta di perdita della verginità, sogno infranto di una generazione, la sua ma anche la nostra che seppur lontani guardavamo agli Stati Uniti come promessa se non ancora faro di libertà. In questo susseguirsi incredibile di citazioni e personaggi vuole forse rammentarci il potere taumaturgico della musica, la fortuna di avere vissuto e convissuto con tanti miti, la bellezza, la varietà, la fantasia, l’effervescenza di un’epoca. Un po’ come se ci dicesse: ce la faremo, supereremo anche questo. Emozionante poi, il suo invito ad essere prudenti e l’augurio, mai così sentito ed inaspettato, che Dio sia con noi.

Angela Baraldi, cantautrice: “Un brivido lungo la schiena per diciassette minuti, bello e anche terribile. La sua caratteristica costante è provocare forze opposte tra bellezza e vertigine. Come guardare un paesaggio meraviglioso sull’orlo dell’abisso. Grande Bob! Anche numero uno in classifica negli Usa per la prima volta”.

Anaïs Drago, violinista: “C’è un violino, anche un violoncello, forse un quartetto d’archi. Musica di costruzione abbastanza semplice, ma quello che mi colpiscono sono le parole, una grande lezione di storia ed umanità”

Paolo Bonfanti, bluesman: “Il pezzo è meraviglioso. Come al solito a Dylan, se ha voglia, basta pochissimo per creare dei capolavori. Su quel che ha voluto dire, beh, ti può dire tutto o il contrario di tutto e poi ancora, nello spazio di una canzone. C’è una sorta di storia degli Usa, ma anche del mondo e del rapporto con la morte e con la vita e dei possibili – se si trovano – significati di tutto ciò. Il tutto nel suo stile asciutto, profondo e biblico nello stesso tempo.

Alessandro Pedretti, musicista (Sdang!): “Complimenti a voi di Musiclike. Mi avete fatto venire voglia di ascoltare il brano di Dylan e di riascoltarlo leggendo le vostre note. Ottimo lavoro”.

Stefano Grazioli, giornalista e scrittore: “E’evidente nel brano la centralità del messaggio politico. Da una parte per aver fatto dell’omicidio di JFK il cuore di questi già epici 17 minuti che riportano agli Stati Uniti degli anni Sessanta, quando Dylan stesso era all’inizio di una carriera che invece di essere stata fermata da due pallottole come nel caso del giovane presidente che allora rappresentava la speranza di una nuova America, lo ha portato invece al Nobel per la letteratura nel secondo decennio di questo millennio. Dall’altra parte per il momento in cui Dylan ha deciso di tirar fuori dal cassetto questa lirica datata per riproporla adesso, alla soglia dei suoi ottant’anni: al di là dell’emergenza corona che ha ridotto la “sua” New York a una sorta di lazzaretto, alla Casa Bianca c’é oggi un presidente che sta facendo di tutto per farsi odiare da quel mondo che Mr. Tambourine ha sempre rappresentato. Murder Most Foul è, tra l’altro, anche uno schiaffo indiretto a Donald Trump, all’America bugiarda di oggi come allora, adesso più neoliberista e globalizzata di sessant’anni fa. E chissà come sarebbe diventata se a Dallas quei colpi fossero andati a vuoto”.

E voi, che ne pensate di Murder most foul?. Lasciate il vostro commento qui sotto.

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