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Arturo Stalteri e il nuovo album “Trilogy”. Tra numerologia, eclettismo e riferimenti colti

È uscito da poco Trilogy (etichetta Felmay), il nuovo album d’inediti di Arturo Stàlteri, musicista di lunga esperienza e di grande eclettismo, pianista tra i più raffinati e apprezzati...

È uscito da poco Trilogy (etichetta Felmay), il nuovo album d’inediti di Arturo Stàlteri, musicista di lunga esperienza e di grande eclettismo, pianista tra i più raffinati e apprezzati in Europa. Stalteri –  voce storica di Rai Radio 3, conduttore di Qui comincia – a due anni dal suggestivo Low & Loud, in questa nuova opera si ispira al numero tre, nei suoi numerosi significati, e rende omaggio alla musica napoletana, al progressive di Emerson, al rock degli Stones – suo grande amore – ma anche al Signore degli Anelli e a varie figure mitologiche, in una commistione di generi e musica “colta” e “leggera”, che è da sempre la sua cifra. Il risultato è un album dai molteplici piani di lettura, ricchissimo di suggestioni e influenze. A Stalteri abbiamo rivolto qualche domanda su questo suo interessantissimo lavoro. 
    
Ci parli di Trilogy, il tuo nuovo album di inediti?

Potrei definirlo un vero album concept. Tutto ruota intorno al numero tre, ma il disco rappresenta anche l’occasione per rendere omaggio al grande Keith Emerson, del quale reinterpreto il brano omonimo, in una versione per due pianoforti.  Il tre mi ha sempre affascinato: numero mistico, religioso, pratico, esaustivo…

I brani che compongono questo tuo lavoro sono undici, ma i riferimenti sono molteplici. Ce ne anticipi qualcuno?

Parafrasando il Satie dei Trois morceaux en forme de Poire, ho scritto Trois morceaux en forme di Pomme: il primo dei tre, Amour oublié, è un brano che definirei neo romantico. Il secondo, A beautiful solitude, è più malinconico. Conclude la trilogia una composizione dedicata a Brian Jones e Anita Pallenberg.  Il giardino delle delizie è ispirato al celebre trittico del pittore fiammingo Hieronymus Bosch, mentre il Trittico Napoletano è costituito da una mia fantasia sulla sonata k466 di Domenico Scarlatti, da un brano dedicato al Vesuvio (da un’ idea melodica di Gianni Colini Baldeschi) e da un gioiello degli anni’70: Rosso Napoletano di Tony Esposito, da me riarrangiato per pianoforte, flauto e knotdrum. Immancabile il tributo al Tolkien del Signore degli Anelli, con Tre Anelli ai re degli elfi, per pianoforte e violoncello (dal poema dell’anello) e, come dicevo in precedenza, all’Emerson di Trilogy. Chiudono il disco  due brani più “misterici”: Three pianos, ovvero tre pianoforti, di cui due a volte trattati, e una visione ispirata alle tre principali divinità babilonesi: Anu, Enlil, Ea.

Chi ha collaborato con te in Trilogy?

Due splendide musiciste con le quali ho già lavorato in passato: Laura Pierazzuoli al violoncello e Federica Torbidoni al flauto.

C’è qualcuno che senti di dover ringraziare per questa nuova opera?

Assolutamente sì! Tre bravissimi ingegneri del suono (e cari amici), che mi hanno aiutato moltissimo nella registrazione e nella definizione finale del suono: Enrico Murgia, Genesio di Iacovo  e Pino Zingarelli. E ovviamente  Renzo Pognant Gros e  tutto lo staff della Felmay, che continuano a credere nella mia musica.

Stai presentando ancora l’album nell’instore tour?

Sì: sarò il 22 gennaio alla Feltrinelli in piazza Piemonte a Milano, il 24 a Roma in Via Appia, il 29 a Napoli in Piazza dei Martiri e il 31 a Firenze in Piazza della Repubblica. Ho anche in programma un concerto al Teatro dell’unione di Viterbo il 9 febbraio, e altri appuntamenti in marzo…

 Come è cambiata la musica rispetto al passato?

E’ cambiata la fruizione… nel bene e nel male Internet ci ha messo di fronte ad una quantità immensa di opere, in tutti gli ambiti, immediatamente reperibili, e questo ha tolto gran parte di mistero alla creazione musicale. Anche la qualità dell’ascolto è scesa tremendamente. Ma la vera arte resiste ad ogni attacco…

Quali sono state le collaborazioni più significative che hanno arricchito la tua carriera di musicista?

Voglio limitarmi alle cinque più importanti. Innanzitutto Rino Gaetano: una forza della natura. Lavorare con lui era una continua sorpresa! Grazia di Michele: produssi il suo primo disco. Ha sempre cantato la realtà, anche la più impietosa, con grande forza ed eleganza. David Sylvian:  austero e misterioso. Ho avuto modo di suonare in un suo brano, ma non l’ho mai incontrato personalmente. Io incidevo le mie parti in Italia e lui registrava gli interventi vocali negli Stati Uniti. Franco Battiato:  un maestro. Con lui “niente è come sembra”. Infine Sonja Kristina: vocalist dei Curved Air. Per lei ho scritto una canzone. Ha la voce  di un angelo.

In quale fase del tuo ricco percorso artistico ti trovi al momento attuale?

Non saprei dirlo: fortunatamente fino ad ora le idee musicali sono nate senza particolari difficoltà. Ora  attendo nuove ispirazioni, anche se  un nuovo progetto comincia già a delinearsi…

Elisa Giobbi

Foto di copertina di Dino Ignani

 

 

 

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