Ascoltando Godot: “Scrivo canzoni e poi le canto”

“Scrivo canzoni e poi le canto”. Così si presenta Giacomo Pratelli, in arte GODOT, sui social che aggiorna quasi giornalmente con l’entusiasmo di chi sa di stare realizzando...

“Scrivo canzoni e poi le canto”.

Così si presenta Giacomo Pratelli, in arte GODOT, sui social che aggiorna quasi giornalmente con l’entusiasmo di chi sa di stare realizzando il sogno di una vita: la registrazione del primo vero album di inediti. 
Si era già fatto conoscere un paio di anni fa con un EP dalle connotazioni Pop-folk, Me ne vado a Londra, pubblicato su tutte le principali piattaforme streaming. Oggi è pronto a tornare e ha scelto come gustoso biglietto da visita una splendida ballad d’amore, Controtempo, primo singolo ufficiale del nuovo progetto accompagnato da un videoclip molto suggestivo. 
 
Godot lo seguo da ormai un anno, da quando lo conobbi per caso in veste d’attore di teatro, altra sua grande passione, durante una rassegna del Nord Milano a cui partecipammo entrambi con compagnie diverse. Il teatro ci ha fatto poi incontrare di nuovo ad Ottobre 2018 durante le selezioni per un corso.  
In quel momento stavo cominciando a scoprirlo anche in veste di cantautore.  
Qualche settimana fa, in occasione dell’uscita del singolo, sono andato a vedere finalmente un suo live.  
 
Oggi, per proseguire al meglio questa nuova avventura su Musiclike appena cominciata, decido di intervistarlo. Di persona, a tu per tu.   
Voglio conoscerlo. 
Voglio capire da dove nasce quella sintonia artistica e umana che da subito ho percepito. 

Ci diamo appuntamento nella città in cui entrambi viviamo, Cinisello Balsamo, per un aperitivo.
Dopo qualche giorno di pioggia, il tempo comincia ad essere clemente e a mostrare qualche primo accenno di sole. Lo intravedo da lontano mentre parla al telefono e tiene in mano dei fogli. Intuisco possano essere degli esami appena ritirati dall’ospedale in cui mi aveva detto per telefono di essere stato poco prima. 
Mi vede e con il suo solito sorriso smagliante e la sua innata simpatia mi saluta, carico di entusiasmo. Mi racconta che non è un periodo facilissimo e mentre ci sediamo comincia subito a parlarmi dei progetti, di un batterio che lo sta debilitando da qualche mese e che sta cercando di curare a suon di antibiotici e vaccini, del periodo in cui ha vissuto in Asia e dell’ambiente discografico italiano che da qualche tempo sta imparando a conoscere.
La conversazione è già partita da almeno 15 minuti e non essendo cominciata ufficialmente l’intervista, io ancora non ho premuto il tasto del registratore. Approfitto di una breve pausa tra un salatino e l’altro e lo faccio… 
 
“Mi è capitato qualche settimana fa di fare un’intervista in radio in cui mi chiedevano dei talent show…”
 
Ecco, ottimo. Parlamene pure, tanto te lo avrei chiesto io.

Io non ho niente contro i talent show. Guarda, tra Gennaio e Marzo ho ricevuto chiamate da X-Factor e The Voice. Dicevano di avermi visto su Youtube e che mi volevano per i provini. Gli ho anche risposto “Vediamo”, lasciando intendere che avrei valutato la proposta. Ora io non voglio fare quello che è più figo e quindi non ci va, semplicemente in tutta onestà non è un ambiente che ho mai riconosciuto possibile per inserirmici. Mi fa piacere che abbiano notato in me qualcosa però fatico davvero a proiettarmi in quel meccanismo in cui il tuo percorso è già programmato a tavolino e preconfezionato secondo degli standard di audience televisivo o di mercato. 

Godot
Ph: Chiara Turati

Quindi il tuo obiettivo non è quello di sfondare… 
 
Io lo dico sempre, se uno ci riesce a vivere con la musica tanto meglio. La fama? Va bene, però essere famosi non può essere un obiettivo. È una conseguenza dell’impegnarsi e di trovarsi nel momento giusto al posto giusto ma non è un indicatore del tuo valore. Mia nonna è fan sfegatata di Amici e continua a parlarmene dicendo che dovrei assolutamente andare. Per carità, hanno delle belle voci però alla fine esce tutta musica identica l’una con l’altra in un mercato che è già saturo… 
 
(Mi rendo conto che sto finendo tutte le olive da solo e quindi gli avvicino la ciotolina) 
 
…Tu le mangi le olive? 
 
No, odio le olive. 
 
Benissimo, perché io le amo. 
 
Ahahah …E quindi dicevo, che senso ha continuare a gettare dei ragazzini in pasto ad un mercato che è saturo e non ha bisogno di loro? Gli fai vivere quell’anno di gloria e poi finiscono magari anche senza un mestiere. È un po’ un peccato.  
Io sarei andato anche a X-Factor, in realtà gli avevo detto di sì ma poi non mi sono presentato perché mi sono guardato allo specchio e ho detto “Non sei tu”. 
Per quello nella vita ho cercato di imparare e studiare ciò che sta dietro alla musica. Perché mi piacerebbe lavorare in questo ambiente se non da un lato, dall’altro. Ti parlo di produzione e tutto il resto, che comunque è interessante. Io continuo. 
 
Ma certo, anche perché da quello che mi dicevi, mi pare di capire che gli agganci giusti già ce li hai… 
 
Il mio piccolo problema è che sono un cagasotto. È vero, gli agganci ce li ho, il problema è che non li so molto sfruttare. Mi vergogno tantissimo. 
 
Non hai la faccia tosta?  
 
No. Cioè io al presidente della Sugar gli portavo delle cose in ufficio, mi conosce. Io potrei bussargli e lasciandogli il mio CD dirgli: “Ascolti anche questa?”. Però non ce la faccio. 
 
Ti serve un Manager allora… 
 
Pensa che io ho lavorato alla Milano Music Week quando ero in assessorato e nessuno di quelli con cui ho lavorato sa che suono. Ma io ho fatto viaggi in ascensore con tipo… Emma Marrone, a chiacchierare di come si fanno le polpette. È arrivata, non ci conoscevamo e mi parlava di come cucina lei le polpette. Però niente, io proprio non ci riesco a sfruttare queste occasioni.

In effetti seguendoti sui social pensavo tra me e me: “Mi sembra che questo ragazzo a livello organizzativo faccia e gestisca un po’ tutto da solo”, pur avvalendoti come so di collaboratori per quanto riguarda la parte grafica e fotografica o anche per la realizzazione dei videoclip. 
 
(In tono sconsolato) Sì, faccio tutto io. Ogni mese prendo il calendario e dico “Questo giorno esce questo, questo giorno quest’altro”. 
 
Devo dire che però a livello social funziona molto bene.

Godot
Ph: Chiara Turati

Meno male. Però per farti capire, io avevo in mente di fare uscire un nuovo video prima dell’estate a cui ho iniziato a lavorare a Marzo. Bene, a Maggio le persone con cui avevo cominciato a lavorarci hanno smesso di rispondermi. Sono sparite. Spa-ri-te.  
Ne cerco delle altre. Le trovo. 
Venerdì scorso avevamo la deadline per decidere in definitiva che tipo di immagine volessimo per il nuovo singolo, perché comunque a me piace essere molto presente in questa fase, visto che ci metto la faccia in prima persona.  
Sparite anche loro. Non mi rispondono. 
Ora io so che dovrei impuntarmi e battere il pugno sul tavolo. Invece ho solo mandato un paio di messaggi e poi lasciato perdere. 
Per questo l’altro giorno ero frustrato, giravo per Milano piagnucolando al telefono “Io non lo voglio più fare, perché sono da solo”. (Ride) 
 
Cambiando invece argomento, parlami di quegli anni in cui hai vissuto in Asia. 
 
In Cambogia, sì, una volta finito il liceo.  
Io non volevo fare l’università. Ti spiego, io sono ossessionato dal tempo, l’ho scritto anche diverse volte nei vari social. Il tempo è proprio una cosa che mi fa paura, infatti io ogni anno quando arriva il compleanno piango a dirotto la notte prima, perché non voglio invecchiare.

Ho sempre visto la vita con questa immagine, questo torrente in piena e io su questa barca trasportata dalla corrente. Finisci la scuola, devi fare l’università, poi devi lavorare e poi… Cioè, è già tutto programmato. Ecco questa ciclicità imposta a me mette proprio molta ansia.

Quindi finito il liceo, l’estate stessa sono andato in Cambogia con i miei genitori per conoscere la realtà del posto anche per quanto riguarda il discorso degli aiuti umanitari, perché i miei genitori si occupano un po’ di queste cose. E niente, quando sono arrivato lì ho detto “No, io devo restare qua” e non sono tornato a casa. Sono tornato un anno e mezzo dopo e poi mi sono iscritto all’università. Però mi sono iscritto nel mio tempo. Era il tempo in cui io volevo iscrivermi all’università e infatti me la sono proprio goduta, mi è piaciuta tanto. Ho anche fatto amicizie che mi hanno fatto crescere e che porto avanti tuttora. 

Quegli anni in Cambogia sono stati strani perché esci completamente da qualsiasi contesto a cui sei abituato, cambia tutto. Cambia il modo di vedere il mondo. Poi quando torni qui ti riabitui. Però lo scorrere del tempo lì è diverso, le giornate non sono caotiche. 
 
Come scorre il Tempo? 
 
Lentissimo.  
 
Che bello. Immagino soprattutto rispetto alla frenesia di Milano… 
 
Eh sì. 
 
Senti, siccome vorrei far conoscere ai nostri lettori chi è Godot, parlaci un po’ di lui. Dove è nato, età, cosa fa nella vita e infine… Perché Godot? 
 
Ah ok, bello. Sono di Cinisello Balsamo e ho 26 anni ma io amo dire che ne ho 23, perché è l’età in cui mi sono sentito più realizzato nella vita. (Ridiamo) 

Godot
Ph: Chiara Turati

Il progetto “Godot” è nato nel 2017, due anni fa. Ero appena tornato da un viaggio in Cambogia – perché ogni tanto ci sono anche tornato per periodi più brevi – e mi sono detto “Ok, o adesso o mai più. Avevo appena finito l’università e ho deciso di prendermi quel periodo per incidere delle canzoni, quelle che diciamo mi portavo dietro da un po’ più di tempo. Così è nato Me ne vado a Londra che è stato proprio un esperimento, anche a livello di progettazione dell’EP. 
È un disco molto semplice, ma voleva essere così. Mentre quello che uscirà, se uscirà, con cosa uscirà (non lo so), è molto più ricercato e strutturato. 
Invece il nome Godot nasce dall’amore per il teatro. Beckett è il mio autore preferito e poi io sono un grande amante delle attese. Cioè io trovo veramente tanto gusto nell’attesa di fare qualcosa. Ad esempio l’idea di fare l’intervista oggi io me la sto godendo da stamattina. Stare in quella condizione in cui tutto può succedere ma non è ancora successo è la cosa che mi piace di più.  
Anche se in realtà il mio testo preferito di Beckett è Finale di partita e non Aspettando Godot, per quanto quest’ultimo sia più rappresentativo della mia condizione. 
 
E questo rapporto tra teatro e musica tu come lo vivi? Sei riuscito a trovare una sorta di connessione definitiva che riesci a spiegarti? 
 
No. Vivo le due cose in modo estremamente separato. È sempre stato così. 
C’è stato uno spettacolo che abbiamo fatto con Daphne (ndr. La compagnia in cui recita) in cui Silvia e Davide, i registi, hanno voluto che suonassi il mio strumento per eccellenza, l’ukulele. Per me è stato molto faticoso, non mi sentivo proprio a mio agio.  
Io non sono un attore professionista, non mi sono mai definito tale però mi è sempre piaciuto molto farlo. Ho sempre trovato rassicurante il fatto di indossare una maschera, portare in scena qualcuno che non sei tu. Per questo il teatro l’ho sempre trovato semplice, perché mi dà la possibilità di fare ciò che altrimenti nella vita reale non potrei fare e farlo in modo assolutamente libero.  

Mentre la musica è completamente l’opposto. Io ho cominciato a scrivere la prima canzone, ovviamente molto adolescenziale, a 13 anni. Adesso sono migliorato ma prima ero molto timido e quindi non riuscivo a esprimermi, facevo molta fatica a parlare. Scrivere era l’unico modo che avevo per parlare di me. Suonavo con mia cugina Silvia nella mia cameretta e da lì non ho mai smesso di scrivere. Infatti se rileggo quei testi mi fa specie, perché poi vedo che a distanza di anni sono arrivato ad essere quello che mi chiedevo di essere nei versi di quelle canzoni. Mi chiedevo di essere sincero con me stesso su cose che sapevo ma che tralasciavo pensando di non doverle affrontare in quel momento. Però poi le ho affrontate e rileggendo quei testi oggi… 
 
…Immagino ti sentirai fiero di come è andata. 
 
Già. Eppure vedi, nel disco nuovo c’è una canzone che si chiama Bianca e le sue sigarette. Potrebbe a primo livello sembrare che parli di dipendenza dalla nicotina ma in realtà parla di tutt’altro. Ora non lo sto qua a specificare, però quella Bianca in realtà sono io che mi nascondo dietro un personaggio. 

Ecco, hai visto? Hai trovato una connessione. La maschera. 
 
Sì, effettivamente in alcuni casi c’è, in altri invece sono dichiaratamente io.  
Ora che ci penso, in effetti, anche Godot stesso è un personaggio… 
 
Ma infatti io che ti ho visto sul palco devo dire che ci ho visto molto di teatro. Il modo in cui intrattieni il pubblico, in cui presenti le canzoni, racconti aneddoti. Si vede che sei uno navigato di palcoscenico. 
 
Mi piace molto stare sul palco, quello sì. Mi sento molto a mio agio. Non che viva per gli applausi però nei contesti in cui di solito suono, che sono molto piccoli e in cui il più delle volte sono da solo sul palco, ho bisogno di essere molto forte a livello di immagine e di personaggio. Ma sono tutti aspetti che vengono da sé con naturalezza, senza che abbia bisogno di ragionarci molto sopra. Difatti tendo a non prepararmi mai una scaletta di cose da dire perché mi piace captare sul momento il modo migliore per intervenire, in base anche al tipo di pubblico. Questo lo sa bene anche Davide, il ragazzo che ultimamente mi accompagna alla chitarra. 
 
Nella lavorazione del nuovo disco, oltre al metodo produttivo diverso, secondo te cosa è cambiato di più rispetto a “Me ne vado a Londra”? 
 
È sicuramente un disco meno leggero, a livello proprio di contenuti. Meno scanzonato. Ora a me non piace fare musica troppo impegnata perché io stesso sono una persona che cerca di vivere in modo abbastanza leggero. Però in questo disco ci sono diversi pezzi che sono un po’ più profondi. Ce n’è uno che si chiama Abbi cura di me – che se tutto va bene dovrebbe aprire il disco – che è molto personale e parla del ritrovarsi da soli dopo una storia d’amore molto lunga.
(Si fa improvvisamente più serio)
Per scriverlo mi sono chiuso in casa per tre giorni e da quei tre giorni io ne sono uscito consapevole che quella storia era finita. 
 
Non avevi ancora realizzato bene? 
 
No, esatto. Quindi io percepisco questa profondità maggiore nei testi anche se poi sono presenti anche un paio di canzoni che invece ho voluto fossero molto più allegre. Come Star bene di più che parla di quanto io odi stare in ufficio. Ahah. 
Ci sarà anche un pezzo che mi porto dietro da tanti anni. Si chiama La giostra e mi piace sempre raccontarne perché è il seguito di Maggio (ndr. Singolo contenuto nel precedente EP), parla proprio del giorno dopo gli eventi di quella canzone. Inizialmente avrei voluto inciderla in duetto insieme ad un ragazzo con cui cantavo spesso in Spagna durante i miei viaggi avanti e indietro e a cui piaceva particolarmente il pezzo. Ho poi deciso di no a motivo del fatto che lui la cantava perché gli piaceva la musica, io invece la canto con un’intenzione diversa, più personale.


 
Abbiamo parlato all’inizio dei viaggi e di come abbiano influito sulla tua vita. Invece sulla tua musica? 
 
Mmm… Allora, c’è una canzone del disco nuovo che inizia così: “Ti porterei in Cambogia…”.  
I viaggi hanno influito tantissimo. A livello musicale, tecnicamente parlando, no. Perché io dovunque mi trovassi nel mondo avevo sempre Francesco De Gregori nelle orecchie. Nel caso della Cambogia nello specifico mi ricordo che ascoltavo tantissimo De Andrè, soprattutto nei tragitti in moto. 

I viaggi hanno influito tanto ma più che nella musica, nel modo di scrivere. Mi hanno aiutato a guardare al mondo in un modo sicuramente un pochettino più aperto e anche un pochino più oggettivo. Inizialmente in Cambogia facevo fatica a dormire per quello che vedevo. Quando hai a che fare con la povertà tutti i giorni te la devi iniziare a far scivolare addosso, altrimenti non vivi più. Ora non è che te la fai scivolare addosso nel senso che te ne freghi ma nel senso che impari a guardarla in modo oggettivo e anche ad affrontare le cose in modo oggettivo. Perché sei in queste condizioni? Come si può risolvere il problema? Dare l’elemosina non è mai una soluzione perché se non insegni alle persone come utilizzare i soldi, non cambia nulla.  

Quindi questo guardare alle cose in maniera più oggettiva mi ha portato addirittura a riscrivere certi testi perché mi sono reso conto che ha mutato anche il mio modo di vedere i miei problemi e affrontarli. In alcuni casi trovavo addirittura banale il modo in cui avevo trattato certi concetti a livello di scrittura. Insomma, anche se il senso finale di quello che volevo esprimere non era mutato, ero cambiato io. 

Me ne vado a Londra volevo che parlasse di un viaggio, che la gente ascoltandolo si facesse il suo viaggetto di leggerezza. Mi piace il concetto di prendere e lasciare tutto per un po’. 
 
E quindi tu per scrivere hai sempre bisogno di chiuderti in casa tre giorni o a volte scrivi anche in viaggio? 
 
Ho scritto una canzone, Luca, in aereo. Al ritorno da Barcellona. 
Solitamente durante il periodo estivo lavoro in Spagna e Luca è il bambino a cui faccio da baby sitter. Per i suoi 13 anni gli ho fatto una sorpresa, sono andato a trovarlo senza preavviso e senza avere niente con me. Quando mi ha visto è scoppiato a piangere e ha continuato a piangere per i tre giorni successivi. Non voleva che me ne andassi. 
Tra me e lui c’è un rapporto molto forte, idem con suo fratello. Era un periodo quello, tipico dell’età, in cui si sentiva brutto, gli sembrava che nessuno gli volesse bene. 
Mi è venuto spontaneo scrivergli quel pezzo e quando sono arrivato a casa gliel’ho spedito. Quello è stato il mio regalo. 
 
D’ora in poi quella canzone la riascolterò con orecchie diverse 
 
Infatti mi sa che ho fatto bene a raccontarla perché qualche tempo fa mi ha scritto una ragazza su Instagram convinta che il Luca della canzone fossi io. Anche il ragazzo del videoclip è il Luca vero dello Spagna.


 
E come nasce una canzone? Dal testo, dalla musica, da un’idea? 
 
Nasce dalla musica. Almeno per me. Ho il cellulare pieno di messaggi vocali perché ogni tanto quando sono in giro mi ritrovo a canticchiare delle melodie e allora per non dimenticarle le registro. Poi torno a casa ed inizio a suonare. Ci sono canzoni, come ad esempio Un fiore, che sono state scritte in mezz’ora massimo, proprio partendo da una melodia. 
 
In doccia, se non sbaglio… 
 
L’ho registrata in doccia ma l’ho scritta in camera mia. Se noti i primi versi delle mie canzoni di solito sono un po’ staccati dal resto perché io tendo a non cambiare mai le parole che canticchio quando inizio a strutturare un pezzo. Le canto giusto per accompagnare la melodia ma poi rimangono nel testo finale. Per esempio “C’è una pianta di spine rosse fuori dalla porta” non vuol dire nulla nell’economia del tutto. Ci ho trovato io un significato. Idem per Un Fiore, quando dice “Ho trovato a terra il tuo berretto grigio”. Io non so cosa voglia dire, però poi da lì ci ho costruito una canzone. 
 
Eppure a me sembra una spiegazione plausibile del concetto di “Ispirazione”. Perché poi le persone in realtà un significato ce lo trovano. 
 
Ma infatti è così. Però poi ci sono delle canzoni, come l’ultima a cui sto lavorando in questi giorni, che mi trascino dietro da mesi. Mi piace sempre ma ogni volta che la risuono c’è qualcosa che non mi convince. Avrò riscritto il testo 20 volte. 

E invece quale è stata la genesi di “Controtempo”, il singolo di lancio del nuovo progetto? Ti va di raccontarcelo? 
 
Uh. Ok, di questo non l’ho mai specificato bene, anzi, non l’ho mai raccontato. 
 
Abbiamo un’esclusiva! 
 
Ahah sì. Controtempo è una canzone che mi piace davvero tanto, ne sono molto contento.  
Dunque, partiamo dall’inizio. Un mio caro amico, Davide (il regista della compagnia Daphne), mi ha consigliato di leggere il libro da cui hanno poi tratto il film Call me by your name. Io sono partito un po’ scettico perché a me ste cose romanticone di solito annoiano parecchio.

Bene, ogni tre pagine scoppiavo a piangere. 
L’ho trovato molto bello, scritto molto bene e quando ho finito di leggerlo, la stessa sera ho scritto Controtempo. Infatti ad esempio il verso “Chiamami amore e usciamo a guardare il mare” fa proprio riferimento al libro e alle azioni dei protagonisti. Poi ovviamente dentro c’è anche altro. 

Comunque anche questa è stata scritta canticchiando una melodia che poi ho riascoltato in auto lungo tutto il Viale Zara di Milano, l’8 Febbraio dello scorso anno. 


 
Prima di parlare del futuro, oggi cosa fa più paura a Godot? 

Il futuro.

No, davvero. Io sono una persona che tende ad essere molto organizzata in tutto, dai rapporti al lavoro. Le persone con cui ho a che fare di solito mi odiano per questo perché finisco per avere il timer anche nelle uscite in compagnia. 
Questo con la musica non si può fare. Io non ho certezze, non so se questo disco arriverà da qualche parte, non so quando lo finirò, non so se lo ascolterà qualcuno. Ieri ho mandato un wetransfer, non l’hanno ancora aperto e io sto impazzendo.  
Non avere un percorso sicuro nella musica mi fa molta paura. 
Il fatto è che Godot per me è sempre stato una liberazione. Era mettermi nella mia cameretta e cantare. Quando l’ho fatto diventare una cosa pubblica, Godot è rimasto sempre una liberazione ma anche una dannazione continua perché io tutti i giorni penso a Godot. 
 
Invece parlando di cose belle relative al futuro: progetti? Sogni nel cassetto? 
 
Il mio sogno nel cassetto è principalmente quello di vendere il mio disco. In realtà non mi interessa che la gente paghi, mi interessa che la gente lo ascolti. Perché se io scrivo lo faccio sicuramente in primo luogo per me, ma non solo. Io voglio che gli altri mi ascoltino perché il mio scrivere deriva dal fatto che ho bisogno di dire qualcosa anche agli altri. 
Poi io adesso ho 26 anni. Ho deciso che se devo fare un altro disco lo faccio tra i 29 e i 30 anni. Poi mi fermo. Cioè se con la musica non riesco a prendere piede, continuerò comunque a suonare, a farlo in modo amatoriale. Però senza questa fame che ho adesso di farmi ascoltare. 
Comunque il mio progetto è sicuramente un altro disco e ho già delle canzoni pronte. 
 
Beh è una bella notizia! 
 
Se ti va, concluderei con un giochino che mi è frullato in testa oggi. 
5 domande a risposta diretta per conoscere ancora meglio una persona. Due sole opzioni. 
 
Ok, ci sto. 
 
Batman o Spiderman? 
 
Spiderman. 
 
Cuba Libre o Mojito? 
 
Mojito. 
 
Duran Duran o Spandau Ballet? 
 
Spandau Ballet. 
 
Chitarra o pianoforte? (Non vale dire ukulele) 
 
Mmm 
 
… Chitarra. 
 
E questa io l’ho pensata in generale ma non so quanto possa interessarti: 
 
Cristiano Ronaldo o Messi? 
 
(Ci pensa…)  
 
Cristiano Ronaldo perché è nato il 5 Febbraio come me. 
 
Ah ma quindi qualcosa di calcio la conosci 
 
No. Io ho una famiglia di sfegatati di calcio ma non ho mai visto una partita. L’altro giorno ho provato a vederne una di calcio femminile in occasione del mondiale. E niente. Mi annoia esattamente come quello maschile. 
Però so che Ronaldo e Messi sono entrambi molto forti. So dove gioca uno e so dove gioca l’altro. So anche quanto prende al minuto Cristiano Ronaldo. 
 
Comunque in definitiva: Ronaldo. 
 
Bravo, mi sei simpatico. Io la chiuderei così. 
 
Va benissimo. Mi sono divertito davvero tantissimo, grazie mille.

 

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