Gabriele Dolzadelli: “Jolly Roger, i miei pirati dei Caraibi ispirati da Agatha Christie”

Dal Nord Italia ai Caraibi il passo è più breve di quanto si immagini. Il Salgari del Duemila si chiama Gabriele Dolzadelli, trentenne di Prata Camportaccio (Sondrio) che...

Dal Nord Italia ai Caraibi il passo è più breve di quanto si immagini. Il Salgari del Duemila si chiama Gabriele Dolzadelli, trentenne di Prata Camportaccio (Sondrio) che partecipa alla rassegna Libri in Valle organizzata da Valtellinarte e ha scritto Jolly Roger, saga di pirati del 1670, giunta ormai al quinto volume (Il piano di Archer, 2018), già tradotta anche in inglese e spagnolo. Gli altri quattro episodi sono La terra di nessuno(2014), Le chiavi dello scrigno (2015), I fratelli della costa(2016), La torre del ribelle (2017).

Ci presenti il suo romanzo, Dolzadelli.

Anche quest’ultima storia è ambientata in un’isola sperduta dei Caraibi, Puerto Dorado. Mentre le principali potenze europee dell’epoca se la contendono per accaparrarsi il segreto nascosto al suo interno, un giovane di nome Sid lascia l’Irlanda per andare a cercare il fratello scomparso. Si ritroverà a sbrogliare la matassa di numerosi complotti e inganni, pur di scoprire la verità e poterlo ritrovare.
Jolly Roger è una saga corale, che racconta le vicissitudini di numerosi protagonisti. Volenti o nolenti, intrecceranno le proprie storie e dovranno affrontare se stessi e le paure che li perseguitano. Pirati, azione e avventura sono solo una piccola parte di ciò che si può trovare tra le pagine di questi romanzi.

Quali sono gli autori che la ispirano maggiormente?

Di sicuro Michael Crichton. Ho iniziato a leggerlo da ragazzino e ho continuato ad amarlo in tutti i suoi romanzi. Per la stesura di questa saga, nello specifico, posso citare Agatha Christie e il suo Dieci piccoli indiani, per la coralità della storia, e Robert Louis Stevenson con L’isola del tesoro” per l’ambientazione.

Segue un metodo preciso di scrittura o si fa guidare dall’ispirazione del momento?

Cerco di essere il più disciplinato possibile per avere una certa regolarità, anche se questo non è sempre facile. Ho spesso parecchie idee per la testa e quando sento che una storia può essere valida provo a buttare giù un incipit e a vedere se funziona. Ne scrivo diversi, a seconda di quanti progetti affollano la mia mente. Poi, inizio a selezionare e cerco di capire quale di queste storie sia sufficientemente matura e abbia bisogno di essere raccontata. Da lì scrivo una scaletta generale, a cui ne segue una più specifica, capitolo per capitolo. Cerco di mantenere la linea guida stabilita ma sono anche molto flessibile nel cambiarla, dato che in corso d’opera il cantiere è in continua evoluzione. I personaggi prendono vita e spesso sanno sorprendere anche me.

Quanta parte ha la musica nella sua scrittura? La ascolta mentre scrive?

Quasi mai durante la stesura. L’ascolto, invece, in alcuni momenti di relax, mettendo musiche a tema e adatte, per favorire l’ispirazione. Quando scrivevo i romanzi di questa saga, ascoltavo Jolly Roger di Roger McGuinn). Se c’erano passaggi drammatici, sentivo musica malinconica, carica di emotività. Ora che sto scrivendo un romanzo di fantascienza, invece, ascolto spesso compilation sci-fi.

Che libri ha letto o riletto di recente?

Ho letto diversi autori valtellinesi, che ho scoperto grazie al festival Libri in Valle come Eleonora Rossetti di Chimera, affrontato qualche classico, tra cui Moby Dick e Il gabbiano Jonathan Livingston e amato perdutamente Mary Read di Michela Piazza.

Ha un consiglio da dare ad un aspirante autore?

Il primo è di leggere tanto. Non si può essere scrittori senza essere in primo luogo lettori. Ci permette di confrontarci e imparare da chi ha più esperienza. Si può imparare perfino dai libri brutti, capendo quali sono le cose che non funzionano e cercando di evitarle. Il secondo è di essere pazienti, perché le tempistiche in quest’ambiente sono spesso molto lunghe e saper aspettare il momento giusto premia sempre. Il terzo è riuscire a fare l’equilibrista tra il credere in se stessi e l’essere umili. Se si riesce a stare su quel filo sottile, si affronta ogni cosa con la giusta prospettiva, imparando dalle critiche, avendo rispetto per gli altri e mettendosi continuamente in gioco.

Paolo Redaelli

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