Intervista a Edoardo Stoppacciaro. La voce di Robb Stark si racconta

Una delle cose di cui noi italiani possiamo andare fieri, oltre al cibo, al calcio, al mandolino e a tutte quelle altre cose che ci riempiono di stereotipi,...

Una delle cose di cui noi italiani possiamo andare fieri, oltre al cibo, al calcio, al mandolino e a tutte quelle altre cose che ci riempiono di stereotipi, è la qualità del doppiaggio. Viaggiando per il mondo e ascoltando film in altre lingue, me ne sono reso sempre più conto. Non solo si percepisce la grande preparazione dei doppiatori nostrani ma, in tanti casi, ce ne siamo talmente affezionati che fatichiamo a sentire i nostri beniamini hollywoodiani con una voce insolita. Basti pensare all’istintivo accostamento Francesco Pezzulli/Leonardo DiCaprio o alla difficoltà con cui ci siamo approcciati alle nuove voci di Homer Simpson e Sylvester Stallone, dopo le dipartite di Tonino Accolla e Ferruccio Amendola.

Ma come funzionano gli studi di registrazione? Oggi abbiamo intervistato Edoardo Stoppacciaro, doppiatore di tanti attori noti, oltre che di cartoni animati, serie tv e anime che seguiamo con piacere.

Come hai iniziato la tua carriera nel mondo del doppiaggio e cosa ti ha spinto verso questa strada?

Mi sono innamorato della recitazione (e in particolare del doppiaggio) con i Ghostbusters. Essendo nato nel 1983, ho conosciuto prima i cartoni animati “The Real Ghostbusters”. Quando poi, anni dopo, vidi il film per la prima volta, scoprii che quegli attori che interpretavano in carne e ossa i miei eroi, pur avendo un aspetto molto diverso dalle loro controparti animate, avevano le stesse voci, gli stessi meravigliosi doppiatori. È stato in questo modo che ho preso consapevolezza per la prima volta della strana “magia delle voci” che sottende all’arte del doppiaggio.

La mia carriera è iniziata studiando (e studiando prosegue). Quando mi sono trasferito a Roma da Viterbo, ho superato le audizioni per l’Accademia Tuttinscena, nella quale Massimo Giuliani insegnava doppiaggio. Fu proprio lui il primo direttore a chiamarmi a lavorare. Dopo un anno ho iniziato a bussare di sala in sala chiedendo di assistere ai turni, cercando di “rubare” il più possibile da quegli straordinari artisti che oggi ho l’onore di chiamare colleghi. Dopo qualche mese in cui mi trasformavo praticamente in un pezzo d’arredamento della sala, tanto ero immobile e silenzioso, ho preso il coraggio a quattro mani e ho chiesto i primi provini. Questo è stato l’inizio.

Ci racconti come funziona questo mestiere? Molti di noi non hanno idea del lavoro che c’è dietro il prodotto finale che troviamo al cinema o in televisione.

Quello del doppiaggio è un grande lavoro di squadra. Il direttore di doppiaggio fa praticamente da “regista”: è lui ad avere la visione d’insieme del film dopo averlo visto, studiato e assimilato. Quando si arriva in sala, il direttore spiega il film e il personaggio, e si iniziano a vedere gli “anelli” (i frammenti di scena da circa un minuto sui quali lavoriamo di volta in volta). Si vede e si rivede l’anello cercando di decodificare il maggior numero possibile di informazioni; poi si inizia a provare. Dopodiché viene tolto l’audio: il doppiatore continua a sentirlo in cuffia, ma nella sala non si sente. È la cosiddetta “prova muta”, durante la quale il direttore si fa un’idea più precisa della strada che il doppiatore sta prendendo e, se è il caso, interviene correggendo il tiro. Poi si inizia a incidere, e di incisione in incisione, di correzione in correzione, si arriva alla “BUONA!” e si passa all’anello successivo. Il sinc è controllato dall’essenziale figura dell’assistente al doppiaggio, che oltre a tenere d’occhio l’aderenza al labiale degli attori sullo schermo, prepara anche i piani di lavorazione. In cabina di regia, accanto al direttore, c’è il fonico, al quale spetta l’arduo compito di ottenere una resa acustica quanto più vicina possibile a quella originale. Il copione sul quale lavoriamo, poi, è un adattamento (talvolta curato dallo stesso direttore). Insomma, ci sono tante professionalità altamente specializzate, dietro a un turno di doppiaggio. Purtroppo, quello che ho descritto è il “turno ideale”: le tempistiche folli imposteci sempre più spesso fanno sì che, molte volte, si sia costretti a vedere la scena al massimo due o tre volte e poi a incidere.

Hai doppiato tantissimi attori di grande livello. Basti pensare a Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Ryan Gosling e Gwilym Lee nel recente successo “Bohemian Rhapsody”. Quale attore/personaggio ti ha creato più difficoltà nella tua carriera e a quale sei più legato?

Forse i più complicati sono stati Fassbender e Gosling. Interpretavano due personaggi estremamente distanti da me, e per riuscire a rendermi credibile su di loro, i direttori (Rodolfo Bianchi per “Hunger” e Marco Mete per “The Nice Guys”) mi hanno dovuto letteralmente smontare e ricostruire. È stato faticoso, ma molto istruttivo e stimolante: sarebbe bello avere sempre il tempo di lavorare in questo modo. Sicuramente l’attore al quale mi sento più legato è Richard Madden. L’ho doppiato nella serie che l’ha portato alla notorietà: “Il Trono di Spade” e, più di recente, in “Bodyguard”, per la quale ha vinto un Emmy come miglior attore protagonista. È un attore eccezionale e sono veramente onorato di potergli prestare la voce.

Ti piace di più doppiare un film, una serie, un cartone animato o un anime?

Dipende dal prodotto. In generale, per doppiare film di circuito cinematografico c’è più tempo, quindi tendenzialmente è la situazione ottimale, ma ci sono state serie (come “Il Trono di Spade”, “I Borgia”, “Versailles”, “Suits” e tante altre, che mi hanno emozionato e divertito, e lo stesso vale per gli anime (ho adorato doppiare “Psycho Pass”) e i cartoni animati (dare la voce a Paperoga in “Duck Tales” è stato un sogno che si avvera).

Recentemente hai anche preso parte a un progetto molto importante che ha messo in campo non solo le tue competenze, ma anche la tua passione per il mondo dei Ghostbusters, ossia “REAL! – A Ghostbusters Tale”. Pur essendo un film no-profit, sta facendo già molto parlare di sé. Secondo te, sarà possibile, un giorno, vedere prodotti così ben fatti e al di fuori delle solite tematiche, non solo in rete ma anche in televisione o al cinema?

REAL! – A Ghostbusters Tale” è il mio sogno di bambino. Siamo ancora alle prese con gli effetti visivi ed è una battaglia senza quartiere, date le nostre scarse risorse. Quel che è certo è che il film sarà pronto entro quest’anno, e ci stiamo letteralmente spaccando la schiena proprio per dimostrare che, se ci sono buone idee e tanta passione, anche con pochi mezzi è possibile realizzare del buon cinema di genere. Il mercato italiano si sta svecchiando da questo punto di vista. Ho la sensazione che, in generale, il Bel Paese debba ancora prenderci un po’ le misure, ma negli ultimi anni si sono fatti passi da gigante: credo che le premesse siano ottime.

Hai in mente altri progetti simili? Se ne avessi la possibilità, quale altro fan film ti piacerebbe girare?

Al momento non ho ambizioni cinematografiche: i Ghostbusters sono la mia grande passione, e se dovessi pensare a un prosieguo della mia “carriera” in questo senso, mi piacerebbe poter realizzare un secondo capitolo di “REAL!”. Magari col benestare di chi possiede i diritti del marchio.

Parliamo ora di te come scrittore. Con La Corte Editore (di cui abbiamo già parlato nella nostra intervista ad Antonio Lanzetta) hai pubblicato due romanzi della saga “Mondo in fiamme”: “Una primavera di cenere” (2016) e “Requiem d’acciaio” (2019). Quest’ultimo è uscito l’11 aprile. Raccontaci del mondo che hai creato.

Ho cercato di immaginare un mondo che fosse un po’ un punto d’incontro tra il realismo cupo e violento di Martin e le atmosfere fiabesche e cavalleresche di Tolkien. È un mondo reduce da una guerra che l’ha quasi devastato e che ha ristabilito gli equilibri politici fra i tre grandi Regni d’Uomini che si dividono il Continente. Su questo sfondo, una ragazzina in possesso di strane abilità ha rubato degli oggetti che potrebbero determinare la fine di ogni cosa, mentre antichi poteri dimenticati si risvegliano e i re, dai loro troni, agiscono più o meno apertamente per consolidare la pace o per scatenare una nuova guerra che sovverta ancora una volta gli equilibri. E in questa scacchiera, si muovono tutti i personaggi: una compagnia di mercenari, un capitano di milizia in cerca di un posto sicuro per sé e per la sua famiglia, un cavaliere perseguitato da manie di vendetta, un giovane che vuole diventare un guerriero, soldati, eruditi, figli di nobili e clan di terre remote.

Quali sono i tuoi scrittori di riferimento?

Nella ricerca di uno stile che fosse mio, senza tentare inutilmente di copiare da maestri irraggiungibili, ho sempre chiari gli esempi di Tolkien e di Martin, ma anche di Abercrombie, Gaiman, King, Pratchett… Divoro fantasy fin da piccolo: mi piace pensare che un po’ tutti questi colossi abbiano lasciato qualche goccia infinitesimale dalla quale trarre ispirazione.

Se dovessi consigliare due scrittori contemporanei, uno italiano e uno straniero, quali nomi faresti?

Cavolo, è dura. Rispondendo di getto, i primi nomi che mi vengono in mente sono Luca Tarenzi e Stephen King.

Considerando che hai preso parte anche doppiaggio de “Il trono di spade”, dando la voce a Robb Stark, ci tengo a chiederti: come hai preso le divergenze che si sono create dalla sesta stagione in avanti tra la serie e i libri (con la massiccia presenza di fanservice)? Hai inoltre un personaggio preferito? Cosa ti aspetti da questo gran finale?

Dunque… Dal finale non so davvero che cosa aspettarmi. Al momento il mio personaggio preferito è Tyrion. Quanto alle differenze con i romanzi, le ho apprezzate. Parlo da “amante tradito” di Martin: ho amato follemente i primi tre libri della saga. Il quarto l’ho tollerato. Il quinto, dopo un’attesa quasi decennale, non l’ho proprio digerito. Continua ad aggiungere carne al fuoco, ad allungare il brodo, laddove sarebbe ora di cominciare a tirare i remi in barca. Proprio per questo motivo ho apprezzato l’arbitrarietà e perfino le scelte sbrigative con le quali la serie ha proseguito la storia. Quanto al fan service, abbiamo passato intere stagioni a prendere in giro Martin perché uccideva tutti i nostri personaggi preferiti, a insultarlo (affettuosamente) perché “mai una gioia”. Ora che le cose iniziano ad andare “bene” (le virgolette sono d’obbligo), gridiamo al fanservice? Al gioco del trono o si vince o si muore: decidiamoci.

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