Alan Stivell a Morbegno: magia di una musica senza tempo

“Morbegno, Morbihan”. Alan Stivell azzarda il paragone, forse ispirato da un paio di bandiere bretoni di fan che sventolano in platea, al termine del concerto strepitoso di sabato...

“Morbegno, Morbihan”. Alan Stivell azzarda il paragone, forse ispirato da un paio di bandiere bretoni di fan che sventolano in platea, al termine del concerto strepitoso di sabato 23 marzo in Valtellina, che ha coinvolto ed emozionato l’intero Auditorium. “C’è una radice comune, nel nome, forse. Ma non è importante. Grazie a tutti per essere stati qui a festeggiare con noi i miei cinquant’anni di carriera”.

Uno di noi, Alan Stivell, uno di noi. Musicista eccelso, dalla tecnica sopraffina e dall’anima grande. Che si ferma a parlare con tutti, dopo lo show, annullando ogni distanza con un sorriso aperto, quasi timido. Disponibilissimo e cordiale, è sembrato a tratti commosso da un’accoglienza così calorosa.

Già ai primi suoni dell’arpa, che pizzica in piedi, con sapienza, l’uditorio viene trasportato in una dimensione senza tempo. Quanto è lontana questa musica da ciò che si ascolta abitualmente e quanto invece è vicina ad un vero sentire, ti tocca le corde più intime, smuove emozioni che forse non sapevi nemmeno di avere. Si parte con Reflets, brano che dà il titolo anche al suo primo album, in cui ha cominciato a creare quel mix di antico e moderno irresistibile e profondo. Un musicista legato alle sue radici, ma curioso del mondo, che ha collaborato con artisti di origine diversa. Lo accompagnano sul palco, ma sarebbe meglio dire creano musica con lui, il chitarrista e violinista Robert Le Gall e il percussionista Marc Hazon. Un trio che possiede l’energia e la raffinatezza di un’intera orchestra, sorretto da qualche sottile campionamento e una discretissima drum machine.

Alan si alterna all’arpa, alla piva e al flauto, quando intona una melodia irlandese dal titolo eloquente, Cease Fire, cessate il fuoco. Il mondo celtico è una vasta area che va dalla Francia all’Inghilterra fino alla Scozia e all’Irlanda, al Galles e alla Galizia, in Spagna. Stivell ce lo porta, tutto in una notte, dentro un Auditorium pieno ma non esaurito (peccato, davvero, per chi non c’era a questa delle sole tre date italiane con Mestre e Roma), traendo dall’arpa suoni che annullano il tempo, che descrivono, come in Ys dove senti il rumore del mare o Ardaigh Cuan che evoca la primavera, il gocciolio di neve che si scioglie, il canto degli uccelli. Un solo di arpa poi, comincia a far scomparire la sala e ti sembra di vedere i menhir, cerchio magico nel sole di Bretagna e le volte dell’ex chiesa favoriscono l’espansione mentale.

La voce di Alan è sottile, evocativa, si abbassa anche in tonalità quasi blues e quando canta a cappella, senza musica, si fa suono essa stessa, come in Foggy Dew. Stivell alterna inglese e francese, un po’ di italiano per parlare col pubblico, un mix linguistico che si trova anche nelle sue canzoni. Il trio sale con energia quasi rock in Brezhoneg ‘raok che è un po’ il manifesto culturale del nostro. “Senza lingua bretone, non c’è Bretagna”, è il linguaggio che ti dà la misura di un’identità culturale, rivendicata con forza ma senza acrimonia. Toni andini spuntano nella trascinante Suite Sudarmoricaine che chiude il set in una festa percussiva, fondendo Sudamerica e Armorica, antico nome della Bretagna.

Il bis, invocato a gran voce tra scrosci di applausi, molta gente in piedi, è composto da Kimiad, dedicata ad un amico scomparso, la classica Tri martolod, canzone dei tre marinai e Bro Gozh che Alan canta ancora a cappella, lasciandoci percossi ed attoniti al nunzio di una musica vera, autentica, che ti scava dentro l’anima e fa cantare il tuo cuore.

Paolo Redaelli

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