Levi Parham, suono vintage e sapiente dall’Oklahoma

Levi Parham, cantautore dell’ Oklahoma, è stato in Italia per un breve tour tra Regoledo di Cosio (Sondrio) e Chiari (Brescia). Al Teatro Frassati di Regoledo, “occupato” da...

Levi Parham, cantautore dell’ Oklahoma, è stato in Italia per un breve tour tra Regoledo di Cosio (Sondrio) e Chiari (Brescia). Al Teatro Frassati di Regoledo, “occupato” da Artesuono insieme a Lokazione e Lokalino, lo abbiamo ascoltato venerdì 15 marzo con i suoi Them Tulsa Boys and Girls.

Di ragazze, a dir la verità, nemmeno l’ombra, in compenso cinque boys che ci danno dentro, tra rock, blues, folk, ritmo e melodia. Parham viene dalla terra di JJ Cale e John Mayer e registrando l’ultimo album It’s All Good ai mitici Muscle Shoals Studios dell’Alabama ha assorbito ancor più il suono del sud, rilassato, bluesy e un po’ swingante. Nella sua musica, tracce di The Band, Allman Brothers, Lynyrd Skynyrd, Black Crowes, insomma tutto il meglio che il meridione degli Stati Uniti abbia saputo offrire nei decenni. Un suono che non ha nulla a che vedere con l’età contemporanea, vintage e sapiente, caratterizzato dagli impasti delle tre chitarre sulla voce personale e un po’roca, alla John Mellencamp o alla Steve Earle (Wrong Way to Hold a Man), del leader.

Prima di loro hanno suonato i Mundiales, gruppo formato dal chitarrista Michele Rusmini, fondatore di Artesuono, insieme ad alcuni ospiti del centro I Prati. Un miniconcerto in cui i ragazzi hanno dimostrato applicazione e grinta in un paio di brani made in Italy: “Sei un mito” degli 883 e l’intramontabile “Vengo anch’io” di Enzo Jannacci, rivisitato in dimensione quasi teatrale, visto il luogo. Applausi e sorrisi premiano l’impegno.

Sul palco arriva poi l’allampanato Levi, capelli lunghi alla hippie del Duemila, musica delle radici e una band affiatata, con Jesse Aycock che si alterna alla Stratocaster e alla lap steel, l’altro chitarrista Dustin Pittsley, una sezione ritmica senza sbavature, Dylan Aycock che dietro la batteria stende tessiture creative e Aaron Boehler che pizzica le corde gravi come si conviene. La saltellante Boxmeer Blues” e Steal Me” mettono le carte in tavola, ma dove la band conquista è con l’inedita Held in High Regard, partenza slow e poi le chitarre cominciano a rincorrersi in stile laid-back, sulle orme di Duane Allman e Dicky Betts, ma con deciso sapore Black Crowes. La musica decolla definitivamente con The Ocean, nuovo e lungo brano che alterna rallentamenti e ripartenze, una cavalcata di corde a descrivere la forza dell’acqua, sopra e sotto il mare. Dustin sfodera anche una voce blues niente male, Levi si agita sulla chitarra che pare un Neil Young giovane, stesse movenze anche se il timbro vocale è diverso. Sorprende in un brano lento il falsetto quasi femminile, di Aycock (finora pressochè immobile sullo strumento, ma sempre efficace) che canta la sua ballad e ramazza un bel po’ di applausi.

“Storia di un fuorilegge, di un criminale, insomma di un persona dolce”, così Parham, che spesso si sforza di parlare in italiano col pubblico, introduce Badass Boy bel pezzo folky che ti prende con il ritmo. La musica scorre fluida, rievoca il grande suono degli anni Settanta e per un po’ ti sembra di essere finito in una bolla spazio-temporale. Socchiudi gli occhi e potresti essere al Fillmore o in qualche mitico posto riempito di chitarre risonanti, batteria e basso galoppanti. Invece sei a Regoledo, Valtellina, in un bel teatro dall’ottima acustica e peccato che la sala non fosse piena perché un concerto così (a dieci euro, tra l’altro) quando ti ricapita?

Paolo Redaelli

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