Mark Hollis, il pop consapevole di un piccolo genio

Se n’è andato anche Mark Hollis. Un nome che dirà poco a molti se non associato a quello dei Talk Talk, band inglese che ebbe un successo strepitoso...

Se n’è andato anche Mark Hollis. Un nome che dirà poco a molti se non associato a quello dei Talk Talk, band inglese che ebbe un successo strepitoso nell’anno orwelliano 1984 con un brano rimasto evergreen come It’s My Life. A quei tempi, come del resto adesso, la conoscenza di nuovi gruppi avveniva attraverso i video e fu la Deejay Tv di Claudio Cecchetto e Gerry Scotti (si, proprio lui) a lanciare in Italia questo filmato musicale di pop levigato e dinamico, ambientato in una wildlife popolata di animali meravigliosi. Quasi un mini-documentario sonorizzato sulla natura selvaggia e bella del nostro pianeta, tra struzzi in corsa, balene e calamari, aquile in volo. Tutti lanciati a celebrare la bellezza della vita, ribadita dal cantato nasale ed espressivo di questo ragazzo del ‘55 dalla faccia pulita, dall’apparenza timida e lontanissimo dal cliché della rock star.

Il singolo trainò adeguatamente l’album omonimo, così come il successivo Such a Shame e lui in cravatta e berretto da pescatore di tonni, nel momento in cui la new wave trascolorava in un post rock dalle tinte pop, ma anche intellettuale e politico nel caso dei nostri. Vennero anche in Italia a suonare, accolti anche in tv a Superflash dall’ ineffabile Mike Bongiorno, che abbinava una conoscenza perfetta dell’inglese ad un’assoluta ignoranza della musica contemporanea: “Un gruppo che va per la maggiore, ma non è che parlino molto”, c’è un video di allora a testimoniarlo.

Testardo, Mark Hollis. Ottenuta dalla EMI libertà creativa dopo tre dischi di successo crescente (“abbiamo trovato i nuovi Beatles”, forse pensavano i dirigenti), spende un budget astronomico per produrre un album sostanzialmente invendibile come Spirit of Eden che è un flop clamoroso. Comincia il declino, sulla scena sono comparse altre new thing più commerciabili come i Simply Red o Sade, ma il disco diviene gradualmente di culto e Hollis non si perde d’animo, cambia casa discografica e con la Polydor realizza un album ancora più minimale, spoglio e bello. Scioglie la band e dopo sette anni si ripresenta con un lavoro solista, per poi abbandonare la musica e iniziare a condurre una vita normale, prima che la gente si stancasse di ascoltarlo. Ma intanto ha lasciato tracce indimenticabili, che resteranno anche dopo questa prematura scomparsa, di cui tra l’altro non sono ancora note le cause. Prima di morire, Hollis ha fatto in tempo a curare un’antologia della band, Natural Order” che contiene tutti i pezzi che meno ricordate. Stupenda.

Un gruppo, quello dei Talk Talk che resta indelebilmente associato a quel decennio creativo che furono gli Ottanta. Periodo in cui cominciavo a superare le frontiere finora esistite tra rock, jazz, disco, latin, folk e quant’altro. E apprezzavo indistintamente Tom Waits e Joe Jackson, Style Council e Rickie Lee Jones, Manhattan Transfer e U2, Kid Creole e Weather Report, Joni Mitchell e Psychedelic Furs. E’ il decennio che sto esplorando radiofonicamente in una trasmissione a puntate (finora cinque, la sesta è in arrivo) su RadioMarudel e che si chiama 80musica e alla quale nell’episodio conclusivo riserverò un posto d’onore ai Talk Talk.

Grazie Mark, per aver dato un ulteriore contributo ad abbattere barriere, a farmi diventare onnivoro con suoni e parole su cui non si è depositata la polvere e si riascoltano oggi con lo stesso piacere.

Paolo Redaelli

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