Parsons Dance Company, il canto libero del corpo

All’Europauditorium di Bologna millecinquecento hanno assistito entusiasti, sabato 2 febbraio, alla performance della Parsons Dance Company, una delle compagnie di danza più famose del mondo, in una tappa...

All’Europauditorium di Bologna millecinquecento hanno assistito entusiasti, sabato 2 febbraio, alla performance della Parsons Dance Company, una delle compagnie di danza più famose del mondo, in una tappa del tour italiano che proseguirà sino alla fine del mese.

David Parsons, come prima di lui Carolyn Carlson, ha liberato il corpo dalle costrizioni del balletto e dalla tortura cinese delle scarpette. Così i suoi danzatori, a piedi nudi, sono liberi di volteggiare per l’aria, di raccontare storie con gesti e traiettorie, esprimendo sensibilità artistica e gioia di vivere. L’inizio è con musica contemporanea venata di Oriente e braccia che disegnano un cerchio, che si intrecciano a suggerire l’infinito.

Sono otto sul palco: la bionda Zoey Anderson (sembra fatta di gomma) e le brune Deidre Rogan, Sasha Alvarez e Katie Garcia, tutte statunitensi, gli statuari colored Justus Whitfield e Shawn Lesniak, l’australiano Henry Steel e il cubano Joan Rodriguez. C’è anche un’italiana, la pescarese Elena D’Amario, cui tocca la piéce de resistance Caught, in cui sembra inerpicarsi nell’aria al suono della chitarra e delle diavolerie elettroniche di Robert Fripp, suscitando una serie di ovazioni nel numero più atteso.

Emozionante il lungo omaggio ad Aretha Franklin in cui i danzatori si esprimono accompagnati da alcune delle più belle canzoni della regina del soul, con la sua voce duttile e inimitabile dalla Spanish Harlem di Ben E. King a Say a Little Prayer di Burt Bacharach, dal blues struggente di Do Right Woman, Do Right Man, fino alla celebre Natural Woman di Carole King con un duetto significativamente affidato all’elemento femminile. I corpi si toccano, si intrecciano e si lasciano, intersecando i loro percorsi in totale accordo con la musica.
Come in Microburst, eseguito in prima nazionale da due coppie di danzatori, suoni contemporanei indiani ed un’ assoluta sintonia tra gesti e tablas, movimenti e percussioni, ondeggiamenti e sitar.

Ma Maison, tributo ai suoni eterogenei di New Orleans, in bilico tra blues e jazz, funky e rock, è preceduto da una coreografia di mani che disegnano fuochi nella notte e note di pianoforte, la musica “black” trasmette alla danza il calore e il ritmo di una città magica, fa esplodere l’entusiasmo degli spettatori che richiameranno più volte in scena i ballerini. I quali concedono a mo’ di ringraziamento un brevissimo bis a sipario mezzo aperto, dopo un’ ora e mezza di divertenti fatiche.

Quella di David Parsons è una danza libera e felice, sembra fatta di aria e luce, pare la cosa più naturale del mondo ed è invece frutto di studi seri e grande applicazione. Bello che ci sia un’italiana, Elena D’Amario, dentro questa pattuglia di danzatori che porta in giro per il mondo un’espressione totale di arte e vita.

Paolo Redaelli

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