I Hate My Village: influenze primitive dell’alternativa italiana

I Hate My Village è sicuramente uno dei dischi più interessanti di questo inizio 2019. Si tratta di una proposta musicale contemporanea ed internazionale, nuova nel panorama italiano....

I Hate My Village è sicuramente uno dei dischi più interessanti di questo inizio 2019. Si tratta di una proposta musicale contemporanea ed internazionale, nuova nel panorama italiano. Un supergruppo o meglio una superfamiglia, composta da amici colleghi uniti da un progetto incentrato nel concetto di ritmo e nell’amore per la musica africana. Dal connubio artistico dei talentuosi Fabio Rondanini (batteria di Calibro 35, Afterhours), Adriano Viterbini (chitarra di Bud Spencer Blues Explosion) e Alberto Ferrari (Verdena), prodotti da Marco Fasolo (Jennifer Gentle), nascono 9 incredibili tracce caratterizzate da melodie e ritmi afro-beat che si fondono con timbri blues, ottenendo screziati ed energici panorami sonori.

L’enigmatica e sinistra copertina, disegnata dall’artista romano Scarful, colpisce e incuriosisce. Ricorda manifesti di cannibal movies nigeriani o cover di dischi prog anni ’60, anche se il contenuto sonoro non sarà poi così truce.

L’album si apre con il vigore e il carattere di Tony Hawk Of Ghana, improvvisazione registrata in un unico take, poi completata dall’intensità vocale di Ferrari. A seguire la strumentale ipnotica Presentiment, nella quale la voce viene sostituita dal suono tagliente di una tastiera distorta. Dopo il travolgente ritmo ossessivo di Acquaragia, il producer Fasolo rende l’ascolto meno provedibile e più scorrevole inserendo l’intermezzo lo-fi Location 8. Tramp riprende la naturale propensione al Groove dell’intero progetto scaldando le atmosfere per poi infuocarle sulle note irresistibili della danza mistica di Fare Fuoco. Fame ci sposta, invece, magicalmente verso emozioni contemplative ed evocative amplificate da una vocalità tipica “Verdeniana”. La sperimentale Bahum è una favola in musica, che racconta il duello tra un pesce e un pescatore.

Chiude questo sorprendente disco dalla visione musicale fresca, suadente e avvincente, un pezzo dal titolo che gioca con il nome del gruppo: i nostri estrosi musicisti passano dall’odio verso il proprio paese al cannibalismo (I Ate My Village). Quest’ultimo brano (una delle prime creazioni) proclama lo spessore e la coesione musicali del sodalizio basato su irresistibili cambi di passo ritmico, esplosioni di suoni e violente scosse di energia. We Love/I Hate My Village.

Manuel Toppi

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