David Byrne, il camaleonte del rock

David Byrne è una personalità artistica dalle mille sfumature. E’ stato sicuramente un trasformista come pochi altri e nel corso della sua carriera ha partecipato a una miriade...

David Byrne è una personalità artistica dalle mille sfumature. E’ stato sicuramente un trasformista come pochi altri e nel corso della sua carriera ha partecipato a una miriade di progetti musicali e non, lasciando un segno indelebile in campo artistico.

Ma partiamo dal principio. Dopo la breve parentesi nei Bizadi e qualche esibizione nei locali di San Francisco e Baltimora, decide di tornare a Providence, cittadina che conosce bene, e contattare due amici di vecchia data: Tyna Weymouth e Chris Frantz. Era il 1974 e presero forma i Talking Heads, ai tre si aggiungerà poi nel ’76 il chitarrista e tastierista Jerry Harrison.
I quattro mettono su una delle formazioni più influenti della scena post punk/new wave degli anni 80/90 creando un mix inconfondibile che andava ad unire elementi presi dalla musica d’avanguardia con altri provenienti dalla musica etnica e dal rock & roll.
Il loro primo album Talking Heads: 77 è un piccolo diamante grezzo che affonda le sue radici nell’underground newyorkese; al suo interno l’acclamata Psycho Killer che sarà indubbiamente il pezzo più famoso dei quattro.

E’ il 1980 e i Talking Heads hanno appena pubblicato il loro quarto album in studio Remain in Light ma Byrne sente di non poter dedicarsi “solamente” alla sua band e nel 1981 inizia ufficialmente la sua carriera solista con My Life in the Bush of Ghosts in collaborazione con l’artista di musica elettronica Brian Eno. Non solo, nello stesso anno infatti compone le musiche per The Catherine Wheel un balletto di scena a Broadway.
Poco dopo fa la stessa cosa con i Talking Heads per il recital Stop Making Sense del 1984 dove curò anche le coreografie. Il suo studio approfondito di musica e arti visive raggiunse il suo apice nel 1987 quando scrisse la colonna sonora del film L’ultimo Imperatore di Bernardo Bertolucci che gli valse un Golden Globe, un Emmy e l’Oscar.

 

La fine degli anni 80 è un momento di svolta per l’artista che innanzitutto apre la sua personale etichetta la Luaka Bop specializzata nella promozione della World Music. Nello stesso periodo i Talking Heads cessano effettivamente di esistere dando a Byrne tutto il tempo e lo spazio che desidera per lavorare ai suoi progetti. 
Nel 2001 collabora con la Microsoft per la presentazione di Media Player e poco dopo ad un progetto interamente realizzato con il solo ausilio di PowerPoint dal titolo Envisioning, Emotional, Epistemological, Information che vedrà la luce nel 2003.
Collabora assiduamente con Norman Cook aka Fatboy Slim alla realizzazione di un’opera rock dal titolo Here Lies Love che esordì al Carnegie Hall nel 2007.
Nel frattempo porta avanti i suoi progetti solisti con installazioni, opere varie e dipinti spesso lasciati senza firma.

Nel 2012 appare nell’acclamato The Suburbs degli Arcade Fire e nello stesso anno si riavvicina al mondo del cinema con la colonna sono di This Must Be The Place di Paolo Sorrentino. Sempre dello stesso anno è il disco Love This Giant in collaborazione con St Vincent, artista e polistrumentista moderna. Il loro lavoro è un perfetto mix dei due risultando un’opera interessante. Bellissima è la loro performance al David Letterman Show dove si presentano supportati “solamente” da una sezione di fiati.

Una piccola ma fondamentale precisazione andrebbe fatta proprio sul rapporto Byrne-Vincent. Invito chiunque a vedere il video di Digital Witness di St Vincent uscito dopo la collaborazione con Byrne. L’artista, che per essere chiari è una delle più influenti, originali e capaci icone degli ultimi quindici anni sembra stravolta, ricodificata dal “genoma” Byrne che appare non solo nel colore dei capelli ma nelle sonorità e nelle composizioni. Perché notare questo cambiamento? Perché molte volte è facile parlare di “mancanza” di artisti o di scene interessanti e nascondersi dietro piccolissimi sassi di sottogeneri sconosciuti, mentre molto meno spesso si cerca di ascoltare davvero . Se un “anzianotto” di qualche generazione fa riesce ad influenzare un astro nascente così originale forse riesce a farlo grazie all’apertura mentale di quest’ultimo. E’ innegabile che il Rock stia finendo, o meglio, cambiando connotati e proporzioni. Byrne non potrà vivere per sempre e il suo retaggio culturale non deve essere spunto di plagi o imitazioni. Più semplicemente quello che ha reso il leader dei Talking Heads uno degli artisti fondamentali dell’epoca moderna è il suo modo di pensare.
Uguale in tutto e per tutto a Brian Eno, o a Paolo Sorrentino o ancora a Bertolucci e alla citata St. Vincent. Byrne non ha mai, e questo è chiaro come il sole, cercato di appartenere ad un genere, ad una corrente, ad un filone, anzi, sputava fuori arte come se a non farlo sarebbe morto. Si è dedicato a qualsiasi cosa gli venisse in mente, aiutato da dei geni certo, ma che a quel tempo erano “solo” sperimentatori come lui, vedi Brian Eno.

Forse è questo che manca al rock di oggi. Il coraggio e la spensieratezza di un buon Byrne. La voglia di non ripetersi su se stesso ma bensì di superarsi. Il rock è diventato sinonimo di alcuni stilemi ben precisi che si ripetono all’infinito, ed è questo l’errore più grossolano. Rock & roll non significa niente in ambito musicale, è un’attitudine, una fame viscerale, una forza incontrollabile. Forse per come lo intendiamo noi, il rock sta davvero morendo,ha fatto già il suo corso a livello di massa; ma dal cuore non sparirà mai: ovunque ci sarà un Byrne coraggioso e irriverente che abbia la voglia di fare ciò che desidera con forza e di farlo al meglio, lì abiterà del sano rock & roll.

Tommaso Della Santina

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