Julia Holter – Aviary, nel mondo di un’artista totale

  Giunta al suo quinto disco in studio, Julia Holter riafferma un talento da artista totale, volta le spalle al pop e racconta “la cacofonia della mente in...

 

Giunta al suo quinto disco in studio, Julia Holter riafferma un talento da artista totale, volta le spalle al pop e racconta “la cacofonia della mente in un mondo che va disfacendosi”. E’ uscito il 26 Ottobre scorso e di certo non scommette sulla risonanza nelle radio o sul numero di vendite, Aviary (Domino Records) è, infatti,  un disco coraggioso, libero ed impetuoso strutturato su una costante catarsi, al fine di distruggere le catene della frustrazione e del dolore. Vi è però anche tanta bellezza e ispirazione, non solo nell’elemento strettamente musicale, ma anche nella scrittura dei testi, infatti se gli esordi erano rivolti a Euripide e alla tragedia greca, stavolta la Holter ha scelto i racconti contenuti in Master of the Eclipse (2009) della nota scrittrice libano-americana Etel Adnan, con una particolare attenzione al verso :“mi sono trovata in una voliera piena di uccelli urlanti”.

Julia Holter
Julia Holter

Il carattere del disco è già chiaro in Turn On The Light, manifesto di libera espressione e sperimentazione, una tempesta  di archi vorticosi, synth dirompenti e una voce profonda ed evocativa a farsi strada nel caos sempre più vasto e abbagliante (I’ll turn the light on so bright, so bright, so bright…). Bagliore immediatamente risucchiato da un claustrofobico buco nero: è la seconda traccia, Whether, che affronta  il tema dell’inquinamento e del riscaldamento globale lanciando un messaggio di allarme e di pericolo. Un ritmo serrato e martellante, synth ostili e violenti, la voce robotica e priva di emozione.

I drammi attuali vengono poi abbandonati ed affiora Chaitius , il brano più lungo del disco e anche uno dei più affascinanti, frutto di  quella che è l’ultima e più recente passione della Holter, ovvero le forme musicali medievali. Nella prima parte del brano una tromba solitaria volteggia su un intreccio di archi, pattern sonori, voci che si rincorrono fino a dissolversi insieme ad un drammatico riff di tastiere a cui si aggiungono delle parole sussurrate e sospese nel silenzio; poi il contrasto, i suoni si fanno sempre più nitidi e brillanti per poi dissolversi ancora, fino a sconfinare nuovamente la voce nell’oscurità. Un’architettura impeccabile che conserva un profondo mistero, svelandone, al tempo stesso, ogni sua parte.

Voce simul, scritto per i primi versi in latino, sorprende per il mood che strizza l’occhio all’acid-jazz ed il  sinuoso pedale di basso su cui invece fa contrasto una voce statica unita a costanti ondate sonore che ricordano Alice Coltrane e che donano al brano un particolare aspetto crepuscolare e sospeso. Mentre con Everyday is an emergency ,inizialmente, ci troviamo di fronte a ben quattro minuti di pura cacofonia, seppur contenuta, (synth e fiati deliranti, cornamuse pungenti). Una disomogeneità che disturba e al tempo stesso ipnotizza. Poi, improvvisamente,appare un pianoforte solitario il cui suono pare arrivi dagli abissi e la voce della Holter, come per tutto il disco, si amalgama perfettamente all’atmosfera creata.

Another dream è un brano dalla forte impronta elettronica, con continui landscape sonori e vocali grazie ai quali persino i momenti di stasi sono vibranti. I shall love 2 è l’unico brano del disco ad avere una forma più accessibile, e tra l’altro ha in sé qualcosa che ricorda Nico e i cari Velvet Underground. Melodia semplice, scintille di suoni e scampanellii, archi e poche parole per questa ballata.

Altri tratti da sottolineare sono il tiro avant- funk in Underneath the moon, le tinte impressioniste di Colligere in cui si intravedono momenti di luce e oscurità tra le fitte trame degli archi e dei synth.  Un brano profondamente onirico e introspettivo. Garden’s muteness è bucolica e riflessiva, la voce di Julia è luminosa ed eterea e suggerisce chiaramente l’influenza di Kate Bush (come anche nel brano Les jeux to you), mentre in I would rather see affiorano i versi della poetessa greca Saffo circondati da sonorità tipicamente anni Ottanta.

Un percorso che tiene insieme poesia, polifonia, musica medievale, musica elettronica, ricerca e sperimentazione totale unite sia ad una voce dalla personalità poliedrica, mistica e pregna di emotività sia ad una profonda intelligenza e sensibilità che in assoluto consacrano il disco come il più completo e maturo dell’artista, oltre che uno dei più visionari del 2018.

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