Dire Straits Legacy a Bologna: non è Mark Knopfler, ma è tanta roba

I Dire Straits Legacy hanno chiuso il loro tour mondiale mercoledì 5 dicembre all’Europauditorium di Bologna, trascinando il pubblico anche senza registrare il prevedibile sold out. L’eredità del...

I Dire Straits Legacy hanno chiuso il loro tour mondiale mercoledì 5 dicembre all’Europauditorium di Bologna, trascinando il pubblico anche senza registrare il prevedibile sold out. L’eredità del gruppo di Mark Knopfler è ben viva, anche se per suonare quello che suonava lui in quartetto, ci si devono mettere sul palco in nove.

Una superbigband in cui spicca una sezione ritmica composta da Steve Ferrone alla batteria e Trevor Horn al basso, gli ex Alan Clark alle tastiere e Phil Palmer alla chitarra, lo special guest Jack Sonni a chitarra e voce, Danny Cummings alle percussioni, al sax Andy Hamilton (sostituisce Mel Collins, impegnato in Usa con i King Crimson) e Primiano Di Biase alle tastiere. Il frontman è italiano, che più non si può: il romano Marco Caviglia pizzica chitarra elettrica, acustica e dobro con sapienza e la voce calda non è quella di Knopfler, ma si muove con grande personalità su strade battute.

Un suono ricco, pieno, musicisti in palla e un repertorio killer. La band entra al buio, con Private Investigationsed è subito immersione nel magico mondo Straits, accelerazioni, rallentamenti e ripartenze. Musica che sembra interrompersi e poi riprende, in un gioco di tensioni e allentamenti che ne ha fatto un marchio di fabbrica inconfondibile.

E’pretestuosa la polemica di chi definisce questo gruppo una tribute band che lucra sul nome dei DS per far pagare biglietti esosi. Si tratta di professionisti rodati, che portano in giro il verbo knopfleriano con dedizione e passione, se poi ci guadagnano meglio per loro. Perché non vi è nulla di originale in questa big band, se non i brani originali di Knopfler che la gente conosce a memoria, e canta subito, ma è tutto eseguito molto bene.Su Walk of Life arrivano i primi battimani a tempo, la saltellante Setting Me Up scatena entusiasmo e con Down to the Waterline che scatta e ruggisce, è apoteosi. La gente si diverte, sorride, vedi tanti capelli bianchi, ma anche molti giovani ad ascoltare grande musica, in un incontro tra generazioni.

Tunnel of Love (“rockaway, rockaway”) è la miniopera introdotta da Carousel Waltz in cui Di Biase si prende i primi applausi e si salda naturalmente a Romeo e Juliet quando Caviglia imbraccia il dobro in questa “serenata a serramanico” che sembra presa da West Side Story e c’è un pregevole solo di sax di Hamilton in coda. Sultans of Swing annunciata da Horn come “il primo hit del gruppo” fa saltare tutti sulla sedia, con un delicato intermezzo pianistico di Clark e il crescendo a salire delle chitarre incrociate di Caviglia e Palmer. Dopo Easy Street la band si presenta e Trevor Horn, introdotto per ultimo, lancia Owner of a Lonely Heart degli Yes e la canta in una versione laid-back, meno appuntita ma efficace anche se certo Jon Anderson era altra cosa.

A Jack Sonni spetta invece l’omaggio a Tom Petty, con una doverosa Learning to Fly poi 3 Chord Trick dall’omonimo album di inediti è un onesto rock blues ma è con The Bug, rockabilly saltellante alla JJ Cale che il gruppo tira fuori un groove pazzesco e la fisarmonica di Di Biase gli fa assumere accenti cajun. Ancora On Every Street con il caldo sax di Hamilton e poi una lunga, sinuosa, rovente Telegraph Road scatenano ulteriori entusiasmi.

Nel bis, richiesto a gran voce, tutti sotto il palco per Brothers in Arms”, quindi il duetto di percussioni tra Ferrone e Cummings introduce il riff di Money For Nothing che fa esplodere la platea. Si chiude con So Far Away, cantata in coro dal pubblico e la band che saluta con inchino. Due ore di buona musica, acustica perfetta, canzoni immortali e un clima di festa, con tanti sorrisi. Che vuoi di più? Un Lucano?

Paolo Redaelli

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