Joan Of Arc live at Covo Club. Proprio come in 1984: vietato provare emozioni

Ho conosciuto i Joan Of Arc ascoltando il loro album d’esordio A Portable Model Of (1997) su consiglio di un amico, perché questa band è l’ideale metà strada...

Ho conosciuto i Joan Of Arc ascoltando il loro album d’esordio A Portable Model Of (1997) su consiglio di un amico, perché questa band è l’ideale metà strada (anche cronologica) tra la fine dei Cap’n Jazz e l’inizio degli American Football (di cui invece ero già a conoscenza), tutte e tre fondate dai fratelli Kinsella.

C’è da dire che la carriera dei Joan Of Arc in vent’anni è stata soggetta a molteplici forme di sperimentazione, sia per quanto riguarda i componenti, sia in materia di sound: dal mix acustico-elettronico del primo disco la band si è orientata verso uno sperimentalismo quasi incomprensibile. Confesso di non aver approfondito la conoscenza degli album successivi proprio per questo motivo, dimenticandomi quasi dell’esistenza del gruppo. Me ne sono ricordata solamente qualche settimana fa leggendo il loro nome tra quello delle altre band nella programmazione dei concerti della stagione del Covo Club. “Avranno fatto un altro album” ho pensato, infatti poi scopro che sono in tour per promuovere il loro ultimo album, “1984”, uscito lo scorso giugno.

Mi decido ad ascoltarlo e noto che la loro musica è brutalmente diversa dal ricordo che ne conservavo, a cominciare dalla presenza di una strana voce femminile. Solo dopo poche tracce interrompo l’ascolto dell’album, ma decido comunque di andare al live del 23 novembre.

Dopo un’attesa abbastanza lunga (spropositata per quello a cui ho assistito in seguito) i Joan Of Arc compaiono sul palco del Covo: osservandoli ho la sensazione che qualcuno non sia particolarmente in forma… forse perché il cantante Tim Kinsella nasconde il proprio sguardo dietro a un paio di occhiali da sole, o forse perché la new entry Melina Ausikatis si strofina le mani sul volto rannicchiata in un angolino, lasciando trapelare un po’ di stanchezza. In ogni caso l’energica Explain Yourselves#2 in apertura si rivela molto coinvolgente per il sound, sebbene la voce di Tim non sia proprio al top. Mentre questo pezzo finisce, la potente e particolarissima voce femminile richiama l’attenzione del pubblico: Melina intona a cappella i versi di Maine Guy (di “1984”). La voce non le manca, ma credo che il suo tono naturale risulterebbe meno fastidioso di quello effettato, che invece mi ha fatto pensare all’inquietante voce registrata di una bambola. Grange Hex Stream è stato uno dei brani migliori insieme a qualche altro ripescato dai vecchi album: qui le voci erano ben equilibrate, il suono della chitarra acuto e tagliente e il ritmo dato dalla batteria era ben scandito e penetrante. Peccato che tutto il resto dell’esibizione sia stato un miscuglio di suoni sfatti e inconcludenti: il colpo di grazia in questa fase è stato dato da Tiny Baby, non a caso contenuta nel loro ultimo disco, partita a cappella come l’altra per poi traformarsi in un susseguirsi di suoni incerti emessi dal sintetizzatore. Eppure, a detta di Kinsella, il modello di questo nuovo modus operandi sarebbero “i Black Flag secondo periodo”… faccio fatica a prenderlo sul serio. 

Almeno la band si è rivelata molto simpatica e spiritosa col pubblico e in sala l’atmosfera è sempre stata calda e divertente. 

Chiara Picciano

Set list: Explain Yourselves, Maine Guy, Grunge Hex Stream, White Out, Smooshed That Cocoon, Indelible in The  Hippocampus is The Laughter, Punk Kid, Tiny Baby.

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