Da Arezzo Wave a Sud Wave: un nuovo festival tutto da scoprire

Arezzo Wave non ha certo bisogno di presentazioni. La manifestazione è la più longeva del suo genere in Italia. Il primo Festival della creatura di Mauro Valenti risale...

Arezzo Wave non ha certo bisogno di presentazioni. La manifestazione è la più longeva del suo genere in Italia. Il primo Festival della creatura di Mauro Valenti risale infatti al 1987. Da quel momento ogni anno, Arezzo, si è tinta di musica proveniente da tutte le parti della nostra penisola. Le prime edizioni si concentravano fortemente su gruppi giovanili e artisti emergenti, dando la possibilità a band sconosciute di calcare un grande palcoscenico che per qualche sera aveva tutti gli occhi puntati addosso.

Con il tempo, la dimensione di “Talent scouting”, marchio di fabbrica della manifestazione, ha lasciato spazio ad una invece più improntata alla spettacolarità, con l’arrivo di edizione in edizione di nomi sempre più illustri o comunque già famosi come Caparezza<a o i Negramaro così per citarne un paio. Dal 2006 al 2011, poi il festival ha cambiato nome da “Arezzo Wave” in “Italia Wave” e per un quinquennio buono è diventato un carrozzone itinerante che si fermava in altre città come Livorno o Sesto Fiorentino, mantenendo comunque sempre la sua identità.

Dal 2011 si torna ad Arezzo in pianta stabile anche se la continua mutazione non è ancora finita. Il 5 Settembre di quesst’anno infatti, Arezzo Wave muore e diventa Sud Wave. Il nuovo festival presenta numerose differenze dal suo predecessore: non sarà più in Estate ma bensì a Novembre, non sarà più in Piazza Grande o nel parco della Fortezza Medicea, ma principalmente al Circolo Artistico e ad avvincendarsi nella 4 giorni di musica, ci saranno solamente gruppi emergenti provenienti da tutta Italia. Valenti come più volte ha dichiarato, sperava di coinvolgere Arezzo in tutto il suo centro storico, posizionando le varie band presso gli esercizi commerciali, i bar e nelle piazzette principali.

Noi ci siamo stati e abbiamo partecipato alla terza giornata del festival. La volontà di Valenti non è stata eseguita e i gruppi si ritrovano a dividersi un palcoscenico in un pomeriggio con un palinsesto a dir poco affollato. Alla fine dei conti calcoliamo che ogni gruppo aveva a disposizione circa 30 minuti di musica escluso il cambio palco.
Quello che però nei primi minuti sembra essere un disastro, si trasforma in una bella sorpresa. E’ raro di questi tempi infatti, ritrovarsi in uno spazio ampio completamente pieno di musicisti, strumenti e attrezzi di scena. Si respira un’aria fervida di immaginazione, pullulante di desideri, viva e infuocata.

Velocemente si susseguono alcuni gruppi sul palco, tutti provenienti da regioni diverse; l’idea di far avvicendare così tanti gruppi in poco tempo alla fine risulta brillante, o comunque riuscita in pieno date le difficoltà circostanziali.
I gruppi che si esibiscono sono tutti bravissimi e ognuno di loro spicca per capacità compositive e originalità.
Uno fra tutti ha fatto brillare il palco in chiusura: i Basiliscus P. Questi tre ragazzi di Messina hanno vinto la selezione sbaragliando gli altri gruppi siciliani e anche se ci hanno confessato di aver attraversato mezza Italia in una notte e di essere stanchi morti, hanno fatto un’esibizione potentissima. I loro pezzi sono qualcosa che manca al panorama italiano, nel senso che non c’è niente di simile cantato in lingua nostrana. Le atmosfere alternative e le lunghe suite musicali più anni ’70 invece si mescolano insieme in un frullato sconvolgente. La ciliegina sulla torta è proprio quell’ “italiano” che te li fa capire in un soffio e sentire vicini.

Alla fine della serata abbiamo lasciato fisicaente i locali del Circolo Artistico ma con il cuore siamo rimasti davanti al palco. In definitiva la manifestazione voluta così fortemtente da Valenti risulta fresca, frizzante e anche bellissima.
La possibilità per le band emergenti in Italia si fanno sempre più esigue. In un campo dove eccellere è sempre stato difficile per definizione, è encomiabile che si dedichi un festival di quattro giorni quasi interamente a band emergenti. L’asticella della scommessa è alta ma ormai il dado è tratto. Ci vorrebbe molta più partecipazione a queste iniziative che permettono innanzitutto di vivere la musica dal vivo e non dal Pc e poi, in un momento dove gli unici gruppi a fare sold-out nel nostro paese sono (egregi spesso) signori di due o tre epoche fa, si spalanca l’opportunità di sentire musica giovane, potente, senza etichetta e stile.

L’edizione di quest’anno ci ha regalato i Basiliscus P ma chissà quanti altre esibizioni meravigliose ci siamo persi solo perchè non eravamo presenti. Non faremo più lo stesso errore e speriamo che lo facciano sempre meno persone. Ci vorrebbe un festival così ogni anno in ciascuna città italiana.

      

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