I Tool Live a Firenze Rocks: il ritorno più atteso

Non poteva passare inosservata la notizia del ritorno nel nostro paese di una delle band più iconiche ed espressive del panorama heavy degli anni ’90. Dopo la bellezza...

Non poteva passare inosservata la notizia del ritorno nel nostro paese di una delle band più iconiche ed espressive del panorama heavy degli anni ’90. Dopo la bellezza di dodici anni dall’ultimo live in Italia, i Tool ritornano per infiammare il palco di Firenze Rocks il prossimo 13 Giugno.

La band californiana si forma nel 1990 a Los Angeles dall’incontro del leader, paroliere e cantante Maynard James Keenan e il chitarrista Adam Jones. Ai due si aggiungono poco dopo Danny Carey alla batteria e Paul D’Amour al basso. Dopo pochi mesi di attività e qualche concerto all’attivo, arriva il primo contratto discografico con la Zoo Entertainment che accompagnerà il gruppo per tutta la sua carriera, cambiando però nome in Volcano e successivamente in Volcano II.

Il sound dei Tool è qualcosa di completamente diverso da tutto quello che circolava negli States in quel periodo. Erano lontanissimi dalle atmosfere grunge, sia dalla sponda fumosa più heavy di proprietà dei Soundgarden o degli Alice in Chains sia e soprattutto dalla frangia frenetica di stampo punk dei Nirvana. E’ il 1992 e la Zoo pubblica Opiate, il primo Ep della band e anche se le sonorità proprie dei Tool sono ancora embrionali si percepisce un fortissimo distacco dalla scena musicale contemporanea. Le sei tracce sono ruvide, spigolose, verrebbe da dire “matematiche”, la batteria di Carey è un come un cavallo al galoppo, indomabile, continua, frenetica e si sposa a meraviglia con la chitarra di Jones che disegna riff strappa pelle. Su tutto però si impone la dominante voce di Maynard che anche quando sussurra mantiene un timbro unico, affilato, a metà strada fra l’urlo e il pianto, che racchiude in sè qualcosa di più che difficilmente si può spiegare in poche righe. E’ la sua voce che spiazza, la sua interpretazione che rapisce l’ascoltatore e lo trascina con testi introspettivi sulla crescita personale e tematiche sociali come la religione e i rapporti sociali.

Nel 1993 esce Undertow, il primo disco del gruppo e la sensazione embrionale di Opiate si palesa come realtà inalienabile. Undertow è un’anomalia del panorama musicale statunitense. Lontano da tutto il resto per via delle sue composizioni che forti della loro unicità vivono quasi da sole, creandosi un piccolo micro panorama artistico che si erge solitario ed autosufficiente.
Partecipano quindi al Lollapalooza e, grazie anche all’influenza del loro manager Ted Gardner che era anche uno degli organizzatori dello show, riescono ad esibirsi in un momento di grande affluenza e partecipazione del pubblico alla manifestazione. La loro popolarità cresce esponenzialmente e nel 1993 Undertow diventa prima disco d’oro e poi disco di platino nel 1995.

Sempre nel 1995 avviene l’unico cambio di formazione in casa Tool, Paul D’Amour lascia il posto a Justin Chancellor ex Peach.
Con il nuovo entrato nel 1996 esce Aenima. Il disco presenta tutti i tratti distintivi del sound che farà la fortuna della band, criptico, ritmico, oscuro, pesante al punto giusto e come sempre trainato dalla guida vocale di Keenan.
Le tracce si snodano in un connubio di colori e atmosfere degne di una pellicola cinematografica. Non si ha davanti un semplice disco ma più che altro un’opera, un libro, un tutt’uno da ascoltare dall’inizio alla fine senza rubare o spostare niente dalla traiettoria narrativa originale.
Nelle tracce vengono inseriti campionamenti di ogni tipo, da una conversazione telefonica (per giunta in italiano) di un fan che offende la band, suoni orientaleggianti, ritmiche tribali che danno al disco una profondità unica.
Il disco viene dedicato a Bill Hicks, pensatore, intrattenitore e filosofo amico dei componenti del gruppo e venuto a mancare due anni prima.
Nonostante voci insistenti che annuncerebbero lo scioglimento dei Tool, il brano Aenima vince un Grammy e il disco viene inserito come miglior album in alcune fra le classifiche più importanti dell’epoca come Kerrang!.

Intanto riprende il lavoro in studio per partorire nuovo materiale che vedrà la luce solo nel 2001. I Tool sono noti per aver pubblicato i propri dischi con almeno quattro anni di distanza l’uno dall’altro, questo per rifinire i dettagli non solo musicali, ma relativi a copertina, art-work in generale e per pianificare i tour di supporto ai dischi. Le loro esibizioni, infatti, sono sempre accompagnate da effetti speciali e giochi di luce che sono parte integrante dell’esibizione così come le canzoni.
La nuova fatica discografica si chiama Lateralus e rappresenta un altro passo avanti nelle composizioni e nell’accuratezza dei pezzi. La struttura del disco viene pensata intorno alla sequenza di Fibonacci, una successione matematica per cui, in una sequenza numerica a partire dal terzo numero i successivi saranno la somma dei due precedenti. Tale sequenza è anche ricorsiva. Così l’intera composizione, che già si distingueva per meriti artistici e per le sonorità messe in campo dai quattro, diventa un cofanetto di “Pandora” dove arte e matematica si fondono, si mescolano creando un’opera trascendente da quello che la circonda elevandola per certi versi ad una sperimentazione estrema controllata. Il termine “heavy” diventa davvero troppo stretto per il gruppo. A produrre Lateralus come per Aenima è David Bottrill già produttore ad esempio dei King Crimson, a rimarcare il distacco del gruppo anche dalla sua dimensione sociale condivisa con le band contemporanee. La musica messa in campo fin qui è molto più assimilabile a opere progressive come 21st Century Schizoid Man rispetto ad un Black Album dei Metallica o anche ad un Welcome to Sky Valley dei Kyuss o ancora ad un White Pony dei Deftones.
D’istinto verrebbe da definirli come i Pink Floyd dell’heavy, ma solo se costretti a paragoni per facilitarne la comprensione.
L’Universo Tool così come per i Pink Floyd o i King Crimson, orbita solo, noncurante dello spazio musicale circostante, atto solo ad esprimere se stesso al massimo, avvolgendo l’ascoltatore, trasportandolo in un’altra dimensione alla scoperta di se stessi.

Si giunge così a 10,000 Days del 2006, per ora ultima fatica discografica della band californiana. Il disco calca la scia artistica del precedente e anche se questa volta mancano espedienti “matematici” a farla da padrona è la vena artistica che prorompe inesorabile lungo tutta la durata del disco. Le composizioni si dilatano ulteriormente e i temi trattati si approfondiscono al limite del possibile come messo in atto egregiamente in “Rosetta Stoned”, una suite fatta di spigoli e vetri dalla durata di circa dieci minuti e dove si possono ammirare tutte le varie facce dei Tool quasi a rispecchiare la vocativa copertina disegnata da Alex Grey, già all’opera con la band per Lateralus.
L’uscita di 10,000 Days fu accompagnata da un tour che toccò anche il nostro paese.
Quella del 2006 è stata l’ultima apparizione dei Tool in Italia, fino a questo momento. Dopo insistenti voci di corridoio andate avanti per anni riguardo la possibile uscita di un nuovo lavoro in studio dei quattro, a sorpresa sono stati annunciati per il Firenze Rocks di quest’anno.
Noi ci saremo nella speranza di ritrovare i Tool esattamente dove li avevano lasciati, per poter godere ancora della loro potenza e per essere investiti da uno dei gruppi più importanti della scena musicale mondiale contemporanea.

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