Federico Buffa in “Una notte a Kinshasa” boxa con Ali e Foreman

Federico Buffa trasforma per una notte il Teatro Comunale di San Giovanni in Persiceto (BO) nel ring di Kinshasa. La capitale dello Zaire ospitò nel 1974 il leggendario...

Federico Buffa trasforma per una notte il Teatro Comunale di San Giovanni in Persiceto (BO) nel ring di Kinshasa. La capitale dello Zaire ospitò nel 1974 il leggendario Rumble in the Jungle, match tra il mitico Muhammad Ali (già Cassius Clay) e George Foreman, sfida per il titolo mondiale voluta dalla volontà di potenza del dittatore africano Mobutu, “la rissa nella giungla”, come fu prontamente battezzata. Un evento reso mondiale anche dalla forza della tv, costruito ad arte da Don King, manager assolutamente privo di scrupoli, combattimento tra due giganti neri di lontana origine africana, ma anche confronto tra due modi diversi di concepire la vita e lo sport.

Due mondi in contrapposizione, lo sfidante che vuole ritrovare le sue radici (Ali) e il campione che diventa simbolo, suo malgrado, dell’America dell’integrazione, ma anche dell’establishment.
“A Night in Kinshasa”, in un gioiellino del 1789 come il Comunale persicetano, venerdì 9 novembre, ha raccontato tutto questo, e di più. La storia del match si intreccia con quella di tante altre esistenze, da Sam Cooke a Malcolm X, da Martin Luther King a Miriam Makeba, da Hugh Masekela a Karim Abdul Jabbar, da David Frost a Richard Nixon. Federico Buffa, che è giornalista sportivo e qui si fa drammaturgo, attore e persino cantante, tesse un’abile trama che va avanti ed indietro nel tempo, con frequenti flashback, narrando la storia tormentata del paese che si chiamava Congo ed è diventato poi Zaire per tornare ad essere Congo, l’odio degli abitanti verso i colonialisti, incarnati inconsapevolmente dal povero Foreman che appare sulla scaletta dell’aereo con un cane uguale a quello dell’esecrato Leopoldo del Belgio. Da qui l’incitazione diventata famosa “Ali, Bumaye”, “Alì uccidilo”.

Sul palco insieme a Buffa ci sono Alessandro Nidi al pianoforte e canto e Sebastiano Nidi alle percussioni che accompagnano la narrazione e ne sottolineano i momenti salienti con interventi suggestivi (Me We, il tormentone dell’ “io, noi” muhammadiano), suoni tribali e melodie blues. Buffa gioca efficacemente con il suono delle parole e alla fine lo spettacolo diventa quasi un concerto, come megaconcerto fu quello con tutte le stars della musica nera, BB King, James Brown, Miriam Makeba che accompagnarono “Rumble in the Jungle”.
Uno spettacolo da vedere, ascoltare, apprezzare per i continui e veloci rimandi tra storia, cultura, cronaca sportiva, ricco di ritmo come un brano soul grazie alla regia di Maria Elisabetta Marelli. E su tutto aleggia l’ombra del Vietnam che fu causa della rottura tra Cassius Clay e l’America (“Nessun vietcong mi ha mai chiamato sporco negro”), si rifiutò di andarci e fu condannato. Una guerra inutile, già persa in partenza, che pesa sulla coscienza di tanti presidenti Usa, da Eisenhower a Nixon e alla fine il Washington Post ha dimostrato che Muhammad Ali aveva ragione.

Storie note, ma raccontate da Buffa con una straordinaria presenza e vitalità. Sul ring, rappresentato da tre corde tirate, c’è anche lui, a tirar pugni e a descrivere una vicenda bellissima. Alla fine, quando Foreman stremato dalle provocazioni e dal gioco di gambe di Ali (“vola come una farfalla, pungi come un ape”), cade al colpo fatale, tra i due corre un’occhiata di reciproco rispetto che si trasforma poi in amicizia. Buffa aggiunge un finale bellissimo, tra i due campioni che si rivedono anni dopo, Foreman diventato predicatore cristiano, Cassius/Ali trasformato in ambasciatore sportivo da un’America che lo ha riaccolto tra le sue file fino a farne il testimonial di Atlanta 1996. Entrambi discutono della fede e convengono che le differenze religiose non esistono, se l’unica religione che si segue è quella del cuore, alla fine i conti tornano, l’ultima ripresa è vinta. Un bel messaggio, in tempi come questi. Un bel modo di chiudere uno spettacolo intenso, vibrante, dritto come un uppercut.

Paolo Redaelli

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