James Senese fa ballare il Locomotiv con il funk di Napoli

James Senese e Napoli Centrale fanno ballare duecento persone al Locomotiv di Bologna con il loro funk jazz mediterraneo. In forma smagliante, il settantatreenne napolamericano, con la band...

James Senese e Napoli Centrale fanno ballare duecento persone al Locomotiv di Bologna con il loro funk jazz mediterraneo. In forma smagliante, il settantatreenne napolamericano, con la band che riprende il glorioso marchio del 1975: Gigi De Rienzo al basso, Agostino Marangolo alla batteria, Ernesto Vitolo alle tastiere, la band di “Nero a metà” che ci fece conoscere Pino Daniele. Gente che sa il fatto suo e si sente. Ti aspetti un pubblico di vecchi ed invece nel locale vedi molti ventenni e pensi che c’è ancora speranza.

La musica di Senese è fluida, scattante, muscolare quando occorre. Con i Napoli Centrale insieme al Perigeo inaugurò a metà degli anni Settanta la stagione del jazz-rock all’italiana, sulle orme di Weather Report e Return To Forever. E, a pensarci, il quartetto replica la geometria weatheriana: James nel ruolo di Wayne Shorter, alterna sax tenore e soprano (però canta pure), Vitolo insegue le tracce di Zawinul con piano elettrico e synth, De Rienzo e Marangolo sono inarrestabile e fantasiosa macchina da ritmo come Pastorius-Erskine o Bailey-Hakim. Ma qui in più, c’è una decisa connotazione popolare/etnica: il funk si ibrida con tarantelle, poliritmie africane, nenie arabe (a volte Senese sembra un muezzin), accenni folk, rendendo decisamente più calda la proposta sonora dei nostri.

La lingua napoletana, così duttile da sembrare gramelot, fa il resto. Il pubblico partecipa a dovere, impossibile stare fermi con questa musica che “ti prende nelle ossa che ti vibra nella pelle” (per citare il poeta), le linee di basso di Zurzolo sono traccianti sparati nella notte, Marangolo è una fucina di invenzioni percussive, Vitolo sostiene il tessuto sonoro e crea paesaggi. E James, abbracciato al suo sax, gli stessi capelli afro di quarant’anni fa, percosso dal ritmo come un altro omonimo di cognome Brown, fornisce emozioni come pochi sanno fare: il citato Shorter, ad esempio, ma anche Clarence Clemons, in un campo più rock. Gente che disegna il suono, interviene al momento opportuno, sa quando scomparire (anche se in questo caso Senese è il frontman), ascolta gli altri, si diverte e ti diverte.

Scorre via piacevole un’ora e mezzo di concerto, tra omaggi a Pino (“Chi tene o’ mare”, melodicissima), una strepitosa versione di “Campagna” che ci porta direttamente nell’Africa più nera, due richieste a gran voce, presto accontentate (“Acquaio’ l’acqua è fresca”e “Ngazzate nire”) e una fuente del ritmo che sgorga copiosa e impetuosa, ti porta via in territori lontani.
Alla fine del concerto Senese, fin qui molto concentrato sulla musica, scherza con la gente del Locomotiv: “Guaglio’, ce ne jammo, dovimmo turnà a Napule”. Ma non vogliono lasciarlo andare, ci sarà un breve bis, “con una canzone che fatto la rivoluzione napoletana, ma pure milanese, francese, egiziana” e poi tutti fuori nella notte tiepida a smaltire da qualche parte lo swing rimasto sottopelle,canticchiando “Com’è bella campagna…” che fa rima anche con Bologna.

Paolo Redaelli

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