Master of Puppets: in memoria di Clifford Lee Burton (1962-1986)

Chiunque si sia avvicinato alla storia, in particolare a quella della musica, munito di un approccio “epistemologico” corretto (ovvero si sia sufficientemente documentato, abbia messo da parte fin...

Chiunque si sia avvicinato alla storia, in particolare a quella della musica, munito di un approccio “epistemologico” corretto (ovvero si sia sufficientemente documentato, abbia messo da parte fin dove possibile le proprie preferenze e, soprattutto, accompagnato la lettura munito di cd e cuffie) è giunto alla stessa conclusione. Ovvero, che l’evoluzione storica è invariabilmente caratterizzata da due momenti: l’evoluzione del sound è dapprima “lineare” per poi avere sempre dei “punti di rottura” che sono come una sorta di anelli di congiunzione; inoltre, poco prima dell’emersione di questi momenti di rottura, l’opinione generale è di rassegnazione alla lenta ma inesorabile “fine” di quanto fino ad allora ascoltato. Dalle origini del Rock&Roll, nei primi anni Cinquanta con “King Elvis”, il rock si è evoluto in una miriade di sfaccettature e sfumature con i Beatles, i Rolling Stones e tanti altri… ma senza grossi “scossoni”, almeno fino ad arrivare agli inizi degli anni Settanta. Il “momento di rottura” arriva tanto inaspettato quanto inarrestabile come un treno a tutta velocità.

Il genio creativo della più grande band della storia, i Led Zeppelin, fa libero dono all’umanità intera dell’Hard Rock (sì sì… lo so bene! Ma io quella parte dell’epistemologia che chiede di rimanere il più “oggettivi” possibile non l’ho mica capita!!). Seguono maestosamente i Black Sabbath, i Deep Purple e così via, nell’evoluzione delle sonorità successive fino all’affermazione finale. Negli anni ottanta, un altro momento di rottura. Gli Iron Maiden, con il capolavoro assoluto “The Number of the Beast”, sconquassano di nuovo il sound con un terremoto capace di radere al suolo gli ultimi trent’anni di storia. E, come detto, in tutti questi casi… gli inguaribili sostenitori delle sonorità degli anni cinquanta, sessanta, settanta, avevano penosamente annunciato la “morte de rock”. Beh… si sbagliavano! Il rock… che ora di faceva chiamare “Hard Rock”, ora “Metal”, era vivo e vegeto!

Il 1986 è un altro anno memorabile. È l’anno in cui queste “costanti” dell’evoluzione storica si ripetono ancora una volta. È l’anno in cui i Metallica pubblicano l’album che getterà le basi per tutto quello che, da ora in avanti, sarà definito estremo: “Master of Puppets”. Adesso sono i cultori dell’Heavy “classico” a piangere la morte del Metal. Si sbagliano anche loro! Il Metal non è morto! Si è semplicemente “evoluto” … è arrivato, impetuoso come una tempesta, l’ennesimo momento di rottura! Nell’album, in cui trova posto l’ultima grandiosa composizione di Cliff Burton, il brano che meglio rappresenta questo vero e proprio tsunami è senza dubbio “Master of Puppets”. Il “mastro marionettista” … quel qualcosa in grado di guidare le persone come fossero marionette: la droga. “End of passion play; crumbling away; I’m your source of self-destruction” è un evidente riferimento alla dipendenza, al suo impatto inizialmente appagante ma che, svanito l’effetto euforico, si rivela per quello che è: la morte! I pazzeschi riff di apertura del pezzo si riconoscono fra milioni! Alzi la mano chi non sta già urlando a pieni polmoni “MASTER!… “MASTER!”. Il pezzo si struttura con dei micidiali stacchi che introducono a un groove che mi imbarazza non poco definire banalmente leggendario! Tutto è adornato da alcuni inserimenti melodici di chitarra, mentre Hetfield è affiancato da un eco a ripresa della fine dei versi. La velocità aumenta, senti il cuore in gola dopo una lunga corsa… e lo show si ripete! A metà circa una risata demoniaca! È la “voce” che vaga nella mente allucinata! La coca è finalmente arrivata! L’arpeggio di chitarra… è la sostanza che si diffonde nel corpo… il sound ora è soave, paradisiaco e l’assolo di Hammett è l’orgasmo dello sballo. Subito dopo, però, il brusco risveglio! L’effetto svanisce e il brano cade nell’oblio. Adesso è un viaggio nella sofferenza, nel dolore… “Master, Master; where’s the dreams that I’ve been after?” Infine… la tragica constatazione di “cosa” sia la droga: “I will occupy; I will help you die; I will run through you; Now I rule you too”. Woow!!! Insomma… un viaggio di otto minuti e passa che scorre nelle vene! Brano pazzesco!!

Alex Andros

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