Perché Sanremo è Sanremo?

Da anni, forse da sempre, il Festival di Sanremo assume i connotati di centro di gravità permanente (cit.) dell’amore, dell’odio e delle polemiche di addetti ai lavori e non, di...

Da anni, forse da sempre, il Festival di Sanremo assume i connotati di centro di gravità permanente (cit.) dell’amore, dell’odio e delle polemiche di addetti ai lavori e non, di pubblico entusiasta oppure disgustato solo all’idea della sua presenza. Non c’è edizione, conduttore e linea artistica che tenga: ogni anno il festival genera un polverone di critiche prima ancora che cominci, generando discussioni che a volte raggiungono il peso specifico dell’aria fritta. Questa non vuole essere un’apologia della kermesse, né tantomeno una sua glorificazione ad eterna memoria, ma solo una riflessione estemporanea su quello che Sanremo, in fondo, rappresenta.

Partiamo da un dato di fatto: sono 67 anni che il Festival di Sanremo esiste e lotta insieme a noi. E’ radicato nella cultura italiana, come la pizza, la pasta, Sophia Loren e altre golosità che ci rendono famosi nel mondo. Sanremo è parte di noi, anche di chi non se ne è mai interessato. Sicuramente ci sono stati decenni più gloriosi e anni d’oro in cui la kermesse ha avuto il suo ruolo egemone sulla discografia e i gusti popolari del nostro Paese. Sanremo pesava eccome sulle vendite dei dischi e sul gradimento della gente, che sognava guardando la tv e volava con le canzoni, Modugno docet.
Ora siamo in un tempo diverso e, vuoi per il format decisamente retrò, vuoi per l’evoluzione (o involuzione, fate voi) della diffusione della musica, il meccanismo “grande evento televisivo-musicale che allieta le masse” ha perso molto appeal. Non per questo va eliminato o bistrattato. Meglio lasciarlo così com’è. Che sia pomposo, antico e popolare piuttosto che goffamente young friendly . Lo spot che scimmiotta il video di Teardrop dei Massive Attack è un errore da non rifare. I nostri occhi chiedono ancora pietà. 

Un altro elemento da prendere in esame è che il Festival di Sanremo piace in primis a chi lo fa, e non potrebbe essere altrimenti. Dopo che lo hanno fatto molti si pentono (vedi Manuel Agnelli), ma quando sono lì gongolano di gioia. Il festival è un’occasione promozionale unica per i cantanti, siano essi giovani, affermati o in cerca di riscatto. Per come vanno le cose in TV da quindici anni a questa parte, Sanremo ha subito delle trasformazioni inevitabili che lo hanno portato ad assumere i connotati di mega-talent nazionale. Si scrive Festival della canzone italiana, ma si legge (o si dovrebbe leggere) come Grande varietà nazional popolare, un programmone televisivo, un circo mediatico in cui viene messo dentro di tutto. La musica è uno degli elementi, sicuramente il più importante, ma sempre e solo una parte dell’insieme. E’ spettacolo, bellezza! Puro spettacolo. Perché cercare altro in qualcosa che dichiaratamente si pone l’obiettivo di intrattenere? 
Bisognerebbe svecchiarlo –  direte voi – dargli una veste più in linea con i tempi. E invece no, secondo me no. Sanremo è tradizione, se cambiasse nella sua struttura storica, sarebbe un’altra cosa. Sono settant’anni che viaggia sulla sua rotta e fa da spartiacque nelle torbide acque della musica italiana. Alla fine tutti, prima o poi salgono su quella nave, o desiderano di salirci. Molti sono partiti da lì: cito Vasco Rossi e Zucchero, oppure Giorgia e Laura Pausini, passando per Eros Ramazzotti et similia. Sanremo serve. E’ un perno della nostra cultura e in molti casi si è rivelato utile per dare alla luce talenti che forse sarebbero rimasti inespressi in qualche piano bar di provincia. Non parlo solo di grossi nomi, ma anche di cantanti che grazie a Sanremo hanno avuto una carriera meno altisonante dei sopracitati, ma comunque brillante. Poi non esiste solo Sanremo. E’ chiaro e pacifico che esistono tanti altri luoghi da dove emergere e non bisogna per forza passare dalla manifestazione Ligure per raggiungere la gloria.

Se però prendiamo in considerazione l’idea che Sanremo è una vetrina e niente più, allora forse riusciremmo a capire certe scelte sui cantanti in gara. Molti vengono dai talent, altri sono vecchie glorie della musica italiana, pochi sono artisti di punta del panorama odierno. Insieme però rispecchiano il gradimento del pubblico televisivo. Un pubblico che i giovani non riescono concretamente a percepire, ma che esiste e fa numero. Il festival è l’orgasmo delle casalinghe, dell’italiano medio, della sana cultura popolare che sceglie e che con la sua scelta crea tendenza. Ci sarebbe tanto da migliorare e sarebbe bello che Sanremo fosse una sorta di Coachella italiano della musica italiana con il meglio della nostra musica. Ma Sanremo non è una selezione dei migliori. Chi vince Sanremo non vince lo scudetto, non diventa di diritto il miglior cantante italiano. Semplicemente vince una gara (che poi gara non è) di musica, spettacolo e intrattenimento.

Sanremo è Sanremo per questi e tanti altri motivi che sentiamo dentro e che non riusciamo a esprimere, soprattutto quando, in un’anonima sera di febbraio, facendo zapping ci ritroviamo per caso su Rai Uno e poi, con un po’ di vergogna mista a soddisfazione, ci soffermiamo quasi controvoglia, ascoltando qualche canzone “per vedere com’è quest’anno”.

 

 

 

 

 

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