Anish Kapoor in mostra a Roma

Considerato uno dei maggiori artisti della scena contemporanea, Sir Anish Kapoor (Bombay, 12 marzo 1954) è uno scultore e architetto britannico. Anish Kapoor torna finalmente ad esporre in...

Considerato uno dei maggiori artisti della scena contemporanea, Sir Anish Kapoor (Bombay, 12 marzo 1954) è uno scultore e architetto britannico. Anish Kapoor torna finalmente ad esporre in un museo italiano dopo oltre 10 anni, con una mostra straordinaria negli spazi del MACRO, dal 16 Dicembre 2016 al 17 Aprile 2017. La mostra è curata da Mario Codognato ed è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con il patrocinio dell’Ambasciata Britannica di Roma.

Nato da padre indiano e da madre ebrea irachena, a diciannove anni, si trasferì in Inghilterra per iscriversi alla scuola d’arte. Fu allora che nacque in lui la passione per le macchine celibi di Marcel Duchamp e conobbe il suo maestro, Paul Neàgu. Diede vita a una serie d’installazioni volte a indagare i temi essenziali nel suo percorso artistico: l’androgino, ovvero la dicotomia femminile-maschile, la sessualità, il rito con un uso più ampio del mezzo scultoreo in sintonia con alcune ricerche degli anni sessanta, come l’arte povera o l’opera di Joseph Beuys.

Nel 1979 si recò nel suo paese d’origine prendendo coscienza di una sorta di extraterritorialità sul limite di due culture, la cultura orientale e quella occidentale. Ritornato in Inghilterra Kapoor creò la serie dei 1000 Names, instabili oggetti scultorei.
Nel 1990 partecipò come rappresentante della Gran Bretagna alla XLIV Biennale di Venezia dove fu premiato. Nel 1991 vinse il Turner Prize.

Kapoor ha sempre fatto uso di diversi materiali: dal marmo di Carrara, al granito, all’ardesia, all’arenaria per opere come Void Field o Ghost del 1989. Si è cimentato con le superfici riflettenti, creando specchi deformanti o che addirittura annullano l’immagine stessa, dando vita a opere come Double Mirror del 1997, Turning the World Upside Down del 1995 o Suck del 1998. Il Millennium Park di Chicago, tra gli altri,  gli commissionò il famoso Cloud Gate, dalla forma di grande fagiolo lungo diciotto metri e alto nove di acciaio inossidabile. Si tratta in questo caso di un’opera senza centro, un grande specchio deformante che riflette il paesaggio che lo circonda e il cielo in un’unica superficie. I suoi colori sono generalmente caldi e dotati di una luminosità quasi propria.

È dal modello junghiano della psicologia degli “archetipi” che emerge la riflessione più interessante sull’opera di Kapoor.

“L’artista non crea oggetti. L’artista crea mitologie”.

 

Una mitologia è un significato, o una serie di significati, profondamente radicati nel nostro inconscio. “Io non ho nulla da dire”, ha affermato talvolta Kapoor, il che significa proprio che lui a non ha nulla da dire, perché gli archetipi parlano da sé, e l’inconscio non può che rispondere, risuonando con essi. Non vi è un messaggio predeterminato, una funzione didascalica dell’opera, ma l’opera stessa è un processo di costruzione di senso. Tutti i lavori di Kapoor hanno titoli chiarificatori: il titolo, infatti, come diceva Marcel Duchamp, è una parte fondamentale dell’opera.

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