Omaggio a Tom Waits, il cantore degli ultimi

Tom Waits , figlio della controcultura underground americana (come Henri Miller, Bukowski e altri) è considerato dalla critica uno dei massimi autori del Novecento. Il suo immaginario è...

Tom Waits , figlio della controcultura underground americana (come Henri Miller, Bukowski e altri) è considerato dalla critica uno dei massimi autori del Novecento. Il suo immaginario è stato dirompente. Gli album ed il lavoro sono stati i suoi portavoce. Vagabondi, reietti, prostitute, ubriaconi hanno costituito le sfaccettature dell’essere umano conosciute da Tom. Protagonisti non in cerca di un riscatto, ma rassegnati a sopravvivere.

Nato nel 1949 in California, a Pomona, Tom incontrò Charles Bukowski in un locale di Los Angeles. Per un periodo Tom suonava la chitarra, accompagnando Charles nei suoi reading.
Dopo aver fatto svariati lavori per vivere, un giorno in attesa di iniziare il solito turno da lavapiatti in un ristorante, si mise a suonare il pianoforte del locale. Il pubblico in silenzio ascoltò le sue storie apprezzandole. Il proprietario del locale si accorse del suo talento e lo assoldò per suonare ogni sera. Iniziò, così, a potersi dedicare a tempo pieno alla musica.

Il primo album “Closing Time”, del 1973, conteneva già alcune canzoni speciali, pur essendo l’inizio della sua carriera. Martha era il pezzo dell’album da sempre considerato di una bellezza estrema. Il testo, attraverso poche ma perfette osservazioni, narrava il ricordo di una relazione finita anni e anni prima. Il suo primo capolavoro della maturità del 1983, si intitola “Swordfishtrombones” ed ha costituito forse il punto più alto della sua carriera. Si tratta di un album affatto rivoluzionario. Tom si trasformò da cantante confidenziale, da jazz club, in un cantautore della postmodernità . La sua musica divenne totale, spaziando dal blues al rock, dal jazz all’afro e passando per il folk e la musica sperimentale. Tom Waits scriveva in un’atmosfera da sogno, cupa e rarefatta.

“Rain Dogs” del 1985 segnò l’affermazione assoluta di Tom Waits. Insieme a lui suonarono John Lurie, Keith Richards e soprattutto Marc Ribot, il chitarrista che offrì il suono perfetto al suo mondo. Le canzoni andavano dal ritmo incalzante di Singapore ai toni più quieti di Time, ennesima ballata indimenticabile.

Alla fine degli anni ’90 fu pubblicata la sua prima raccolta di pezzi migliori, “Beautiful Maladies”, ma Tom non smise di registrare nuovo materiale. Il bellissimo “Bone Machine” del ’92, “Mule Variations” alla fine del decennio e “Alice” e “Blood Money” usciti entrambi nel 2002.

A sessantacinque anni Tom Waits non sembra intenzionato a fermarsi. Quando non registra gli piace fare l’attore. Ha recitato in alcuni film di Jim Jarmush e Terry Gilliam. La sua voce, a forza di cantare, urlare, sussurrare, si è letteralmente logorata. Nonostante sia roca, resta in fondo pura. È la voce di un artista capace di fare della propria esistenza ciò che gli piaceva, senza compromessi, senza timori.

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