Suzanne Vega affascina Bologna: eterea, elegante e rock

Eterea e sognante, ma anche terrena e rock quando occorre. Suzanne Vega impartisce una lezione di eleganza, affascinando il popolo del Botanique di Bologna per uno degli ultimi...

Eterea e sognante, ma anche terrena e rock quando occorre. Suzanne Vega impartisce una lezione di eleganza, affascinando il popolo del Botanique di Bologna per uno degli ultimi concerti della serie targata Estragon. E che concerto! Insieme al fedelissimo chitarrista Gerry Leonard, maestro di sottrazione ed efficacia, la songwriter newyorkese canta, con voce da fare invidia a molte delle attuali vocalizzatrici in circolazione, le sue belle canzoni poetiche che hanno preso il via più di trent’anni fa da un esordio folgorante.

Suzanne Vega attinge spesso dall’album omonimo del 1985 in questo viaggio all’interno di un repertorio consolidato che si apre con “Fat Man & The Dancing Girl” e “Marlene on the Wall”, perfetta canzone pop. Lei indossa il fido cilindro retrattile che si rimetterà per l’ultimo brano del set, una “Tom’s Diner” di rara bellezza, urban funky e psichedelica, con il suo cantato hip hop. In mezzo, c’è un’ ora e mezza di assoluto godimento musicale. I suoni sono perfetti e limpidi nella calda notte bolognese, la musica sale nel cielo ed è cristallina ed evocatrice, quando attacca “Small Blue Thing” e probabilmente pensa a quanto doveva sentirsi “una piccola cosa triste”, nella New York degli anni Ottanta, con il suo folk apparentemente fuori moda e i suoi testi malinconici.

Ne è passata di acqua nello Hudson, da allora. Oggi Suzanne è una matura signora di gran classe, capace di sublimare le tristezze giovanili in un suono raffinato e divertente, ammaliando la gente con note languide, ma anche facendo muovere i corpi con il ritmo impresso da Leonard, autentica colonna portante del duo. Lady Suzanne è una boccata d’aria pura in un mondo musicale dominato dalla plastica soffocante. Abbandona spesso la chitarra (che pure suona magnificamente) per cantare al microfono e la voce è sempre splendida, anzi c’è da dire che con l’età ha acquisito sapore. Scorrono nel set una versione bossanova di “Caramel” da “Nine Objects of Desire”, album del ’96 discusso per il ricorso all’elettronica, ma che a distanza di anni rivela un gusto anticipatore. Ci sono la cristallina “The Queen and the Soldier”, squisitamente folky, l’hit spaccaclassifiche di “Luka”, riletta in chiave molto più asciutta e liberata dalle sovraproduzioni dell’epoca, “Left of the Center”, dalla colonna sonora di “Pretty in Pink”, con la chitarra leonardiana al posto del pianoforte.

Ma non di solo passato vive la signora. “Jacob and the Angel”, dall’ultimo disco “The Queen of The Realm of Pentacles” è pura magia, intensissima. I brani del nuovo album, che uscirà ad ottobre, parlano del suo amore per Harper Lee (cui è dedicata un’intera canzone) e altri scrittori americani come Carson Mc Cullers, Hemingway e Faulkner, e di amore tout court in “Annemarie”, delicatissima ballad. Dopo aver ringraziato più volte il pubblico, con cui ha dialogato spesso e volentieri e dichiarato il suo trasporto per Bologna, la nostra lady lascia il palco. Ci torna per presentare la spiazzante accoppiata di “In Liverpool” e “Undertow”, brani suggestivi e poco conosciuti. Non proprio una conclusione scoppiettante, ma è bellissimo anche così.

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