UN LIBRO, UN VIAGGIO, UN DISCO. Aldo Betto e la sua “Musica analoga”

Un chitarrista veneto trapiantato a Bologna. Una grandissima passione per il blues, il jazz e il funky. Lo sguardo puntato verso i ritmi e le sonorità del sud...

Un chitarrista veneto trapiantato a Bologna. Una grandissima passione per il blues, il jazz e il funky. Lo sguardo puntato verso i ritmi e le sonorità del sud del mondo: questo è Aldo Betto, un uomo che evidentemente non ama i confini e suona una musica libera e cosmopolita. Con un sorriso sempre presente e una serenità difficile da trovare al giorno d’oggi, ci ha accolto nella sua casa bolognese per fare due chiacchiere a proposito di “Musica analoga”, sua ultima fatica in studio a due anni dal precedente “A passo d’uomo”.

Musica analoga” è liberamente ispirato al romanzo “Il monte analogo”. Cosi come nell’opera di Renè Daumal, anche nel disco il tema ricorrente è quello del viaggio e della ricerca: tra peregrinazioni terrene e altre più metafisiche, viene delineato un percorso di immagini sonore in continua tensione verso l’alto. Come nasce l’idea di questo disco? Come è nata la voglia di dare un significato musicale, quindi un’altra visione a quanto scritto da Daumal?
Amo i libri di R. Daumal. Citerei per lo meno “La gran bevuta”, oltre al “Monte Analogo”. Quest’ultimo è un libro incompiuto, che si ferma a metà di una frase a causa della morte dell’autore. È un libro con molteplici piani di lettura tra il reale ed il metafisico. Ha ispirato diversi pittori, tra cui l’amico Serse che mi ha regalato la copertina, ma nessun musicista, se non classico, ne aveva tratto ispirazione per un disco. Vedo la musica come la montagna del libro, come una meta inafferrabile ma intuibile, ragione di vita e paradigma del viaggio reale ed interiore.

Se, come hai appena detto, la musica è una meta inafferrabile, ma intuibile, quanto conta l’istinto, la capacità di intuire al volo un’idea, nella composizione e soprattutto quanto ha contato nella scrittura di questo disco?
L’istinto aiuta per metà del lavoro, il resto è artigianato. Dopo aver avuto l’intuizione bisogna lavorare di cesello, con dedizione e pazienza, perché a volte l’istinto premia, altre inganna. E’ quindi necessario sviluppare un’idea in più direzioni per poi scegliere quella che si ritiene la più efficace. Detto ciò aggiungo
che “Imaginary Road”, il brano che apre il disco, l’ho scritto in meno di dieci minuti. Mai successo prima. Evidentemente il suono del trio mi ha letteralmente aperto la testa e acceso l’immaginazione.

E’ un disco che, pur essendo esclusivamente strumentale, riesce ad avere un notevole peso narrativo. Questa forza nasce sicuramente dal chiaro riferimento letterario, ma anche da una scelta stilistica tesa a evidenziare il calore degli strumenti e un contatto il più diretto e genuino possibile tra chi
suona e chi ascolta. I brani, anche quelli più onirici e sospesi, hanno tutti la caratteristica comune di essere concreti e diretti, caldi e reali. Musica analoga, ma soprattutto analogica. Passando quindi all’aspetto meno
istintivo e più artigianale del lavoro, raccontaci qualcosa a proposito di questa direzione sonora. Come avete lavorato in studio?

Si, musica analoga ed analogica. Ho conosciuto Blake e Youssef poco più di un anno fa. Abbiamo avuto un’intesa umana e musicale immediata: un breve rodaggio necessario passato a suonare standard funk e jazz, poi subito a scrivere nuovi brani. Ho lavorato principalmente sul togliere, sull’essenzialità, sia
della scrittura che dell’esecuzione, dedicando una cura particolare alla melodia e alla struttura dei brani. Volevo un suono caldo, avvolgente, fuori dalle mode. Abbiamo trovato uno studio con apparecchiature analogiche e vecchi amplificatori anni ’60. Abbiamo registrato su nastro, come una volta, per dare la maggiore intensità possibile ad ogni singolo suono. Sono davvero soddisfatto di come è venuto il disco da questo punto di vista.

In questo album si avverte una forte matrice africana nelle ritmiche. L’attitudine solida e vivace di Blake C.S. Franchetto al basso e di Youssef Ait Bouazza alla batteria si sposano perfettamente con il tuo modo di
intendere la sei corde, chiaramente in debito sia con il blues americano, che con il jazz e il funky. Questo rende tutto poco europeo e sposta il centro sonoro verso zone più equatoriali. Cosa ci racconti a proposito del vostro incontro musicale, del vostro modo di confrontarvi?

Blake e Youssef portano in dote le pulsazioni musicali dell’Africa. Sono musicisti curiosi, aperti. Africa, è vero, ma io credo anche Europa e America. Il blues è una musica americana, che affonda le radici in Africa, certo, ma sviluppatosi percome lo conosciamo in America. E questo vale anche per le musiche figlie del blues, come il jazz ed il funk. Del blues amiamo l’intensità, il ritmo ipnotico e l’essenzialità, del jazz la libertà dell’improvvisazione, del funk la ricerca del groove. Il tutto però visto da qui, dall’Europa, con il nostro patrimonio classico e contemporaneo. Abbiamo voluto ricercare le radici comuni della musica che amiamo, per poi intrecciarle e farle diventare la nostra cifra stilistica.

Il mondo sonoro di “Musica analoga” non si limita ad essere rappresentato da chitarra, basso e batteria, ma viene arricchito dalla presenza di percussioni, synth e fiati.

Beh, sono davvero orgoglioso dei musicisti ospiti. Max Castlunger è un percussionista altoatesino, con il quale avevo gia collaborato in passato. Mi ha regalato un assolo di steel drum bellissimo su “Nalu” e un intreccio di percussioni strepitoso ne “Il porto delle scimmie”. Nicola Peruch è uno dei musicisti italiani
più importanti e stimati: ha suonato con artisti come Zucchero ed Eros Ramazzotti nei loro tour mondiali, collabora a colonne sonore e suona nei principali show televisivi. E’ un onore averlo in squadra. Con i suoi synth ha letteralmente aperto il suono dei brani a cui ha partecipato. Per finire Massimo Zanotti, di recente anche a Sanremo come direttore d’orchestra. Suo il solo di trombone su “Il porto delle scimmie”, uno dei momenti del disco che amo di più.

Tanti luoghi nel disco. Penso a “Gibilterra”, a “Strada Maggiore”, a “Imaginary Road”. Luoghi più o meno reali ma pur sempre punti di contatto. Sei un musicista che viaggia spesso e volentieri. Quanto e cosa c’è dei tuoi viaggi in questo album?

Tutto. Ogni viaggio allarga orizzonti. Anche un buon libro è un viaggio. Nella mia musica c’è la mia vita. Chi sono, cosa ho visto e ascoltato o semplicemente immaginato.

Essendo un album che per sua stessa natura ha bisogno di esprimersi live per poter rafforzare la forza del suo messaggio, dove potremmo godere di questa energia?

Siamo sempre in giro! Il 28/4 saremo a Pieve di Soligo (TV), il 29/4 a Polcenigo (PN) e l’8/5 ai Giardini Margherita a Bologna. Quest’estate faremo qualche festival in giro per l’Italia.

Sul mio sito www.aldobetto.com e sulla mia pagina Facebook si possono trovare tutte le prossime date e molto altro.

Il disco è disponibile su tutti i maggiori store digitali e piattaforme di streaming.
Può essere acquistato fisicamente sia ai concerti che presso questi rivenditori:
• Semm Music Store, Bologna;
• Jungle Records, Conegliano;
• Libreria il Viale, Vittorio Veneto;
• Musicatelli, Pordenone;
• Experience Music Academy, Montagnana (PD)

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