Michelangelo Giordano – Le strade popolari

Si intitola “Le strade popolari” l’esordio discografico di Michelangelo Giordano, protagonista recente delle cronache musicali per la causa intentata alla Sanremo Production presunta colpevole di brogli durante le...

Si intitola “Le strade popolari” l’esordio discografico di Michelangelo Giordano, protagonista recente delle cronache musicali per la causa intentata alla Sanremo Production presunta colpevole di brogli durante le selezioni di Sanremo 2015.
Un album dal sound tipicamente cantautorale quello del giovane reggino, prodotto da Stefano Pulga, già in cabina di regia per Edoardo Bennato: chitarra, lingua tagliente e profumi mediterranei sono le armi con cui mette a nudo la sua vita privata, con la mente e il cuore rivolti al Sud, eterno padrone e schiavo di vicissitudini amare, omertà, pregiudizi e ingiustizie. Undici tracce sostenute da un linguaggio fortemente autobiografico fatto di immagini volutamente bizzarre a contrappunto della realtà che incombe. L’iniziale “Chi bussa alla porta” – il brano escluso da Sanremo e oggetto del contenzioso – ne è l’emblema più vivido: un tema delicato come quello delle crisi di panico viene rivoltato in una stravagante giostra folk dal sapore mediterraneo: sicuramente il pezzo migliore del lotto insieme a “Lungo il cornicione”. E’ invece l’esperienza dell’amore a dettare le fila emotive del brano “L’amore ci chiede amore”, un classico sanremese – verrebbe da dire – con una punta dolceamara a scorrere tra i tormenti.
Tormenti che sfumano verso la rumba di “Luna”, una cantilena sinistra di dolore che ci conduce alla storia de “Il paesino di periferia” – quasi retorica nel suo realismo – eppure molto ben orchestrata dal punto di vista della scrittura. Intense “Non cangiunu li cosi” e “Non pozzu campari”, denuncia di omertà e silenzio – la prima – urlata in seno all’anima di Rosa Balistreri contro le infamie delle mafia, ballata in ferita d’amore la seconda.
Godibile e pienamente a fuoco il lungometraggio in musica proposto da Michelangelo Giordano, ai posteri e (ai tribunali) l’ardua sentenza.

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